Inline Skating – Back2theRoots

Quest’ultimo mese di Novembre che si è appena concluso e’ stato veramente pesante dal punto di vista climatico. Ok, mi ha offerto la possibilta’ di tornare a fare surf con una certa continuita’, ma non sempre si ha il tempo e la possibilta’ di entrare in acqua, per non parlare delle giornate a rischio, quelle in cui le condizioni del mare sono dubbie e mutevoli  nelle quali puo’ capitare di fare tanti km a vuoto.
Mi serviva un giochino, un passatempo per riempire “le ore buche”, chiamiamole cosi’. Un tempo riempivo queste ore andando in skateboard, o meglio in surfskate (carver). La mia schiena pero’ non va piu’ molto d’accordo con i movimenti del surfskate, e inoltre quest’ultimo per essere davvero divertente va praticato su apposite strutture (bowl o onda di legno) poco diffuse e non sempre di accesso libero. Svuotando un box, mia madre a fine estate ritrovo’ i miei pattini in linea che usavo da adolescente. Roba di 25 anni fa se non di piu’. Avevo smesso di andarci perche’ mi ero lesionata il legamento collaterale interno del gniocchio (mi pare il dx) , e da quell’incidente ho sempre avuto paura, anche di farci solo il giro dell’isolato.
Sono ormai passati tanti anni, l’incidente e’ cosa ormai antica, la curiosita’ di capire se so ancora starci sopra ha la meglio. In un pomeriggio di fine estate prendo i suddetti strani attrezzi e provo ad indossarli. Dopo un primo momento spaesato, scopro di saperci ancora andare, sia in avanti che all’indietro come se non avessi mai smesso … e se non avessi i problemini con la schiena sarei pure in grado di saltare.

1st ride

inline 2

inline c

Dato che mi sento abbastanza sicura decido di approfondire l’argomento, indagando su youtube sul come si e’ evoluto questo sport e sul cosa posso riuscire a fare con questi pattini oltre che girare sulle ciclabili e sui lungomare. Tra i vari video rimango incuriosita da quelli di freestyleslalom, disciplina che consiste nell’eseguire “flat tricks” lungo una serie di coni distanti circa 80 cm tra loro.
Roba di questo tipo ad esampio:

(video freestyleslalom)

Ovvio che ci vorranno anni-luce per arrivare a meno della meta’ di quanto sopra, ma inaspettatamente sembra che le ginocchia reggano,e pian piano inizio a fare qualche passo tra i coni.

inline2new

inline church

Certo, al momento i movimenti sono ancora sul goffo e lento, ma sento di avere dei buoni margini di miglioramento.
Diciamo che ho trovato un passatempo curioso, divertente, che richiede spazi anche limitati e impegna corpo e testa quanto basta per distrarsi e sentiirsi un po’ piu’ ragazzini. Per trovare la giusta motivazione e possibilta’ di confronto, ho anche deciso di seguire un corso specifico, grazie a FreestyleSlalomRoma. L’essere un minimo seguiti puo’ essere d’aiuto per comprendere meglio alcuni trick, non essendoci quasi assolutamente alcun video didattico in italiano in rete (In inglese si trova molto invece)

Questo nuovo percorso, o meglio questo ritorno alle origini, ha in ogni caso alcui risvolti positivi sugli altri sport che pratico: in particolare, da quando ho ripreso con i pattini in linea, ho trovato piu’ sicurezza sul surf, sopratutto quando si tratta di camminare verso il nose incrociando i passi (cross step), nonche’ un miglioramento della propriorecettivita’ e una miglior capacita’ di controllare i propri movimenti in relazione al timing richiesto. Questo per dire che i concetti di multilateralita’ e multidisciplinarieta’ di cui ho tanto sentito parlare durante il corso TM1 hanno effettivamente un loro perche’, in quanto due sport completamente diversi possono trovare delle capacita’ motorie (coordinative ovviamente) molto affini.

Un’ultima osservazione sugli attrezzi utilizzati: purtoppo i miei storici pattini K2Fatty del lontano 1996 (se non antecedenti) mi hanno abbandonato, le plastiche dello scafo hanno ceduto autodistruggendosi. Ormai pero’ la scimmia di imparare aveva preso il sopravvento, dunque ho attraversato Roma per comprare un paio di pattini specifici per lo slalom. Il costo di questi oggetti puo’ essere stimato tra i 120 e i 150 euro, si differenziano dai pattini ad uso fitness/recreational per la possibilita’ di “rockering” delle ruote (centrali piu’ basse per facilitare le manovre nello stretto) , per l’assenza del freno e per il gambaletto piu’ basso. La chiusura nei modelli entry level e’ cricchetto + lacci + strap e le plastiche usate hanno una buona rigidita’ laterale.

skates

Il mio consiglio a chi vuole provare a cimentarsi tra i conetti e’ di partire subito con un modello specifico (perlomeno con il rockering), tenendo conto che prima di dedicarsi allo slalom vanno conosciute le basi, quali andarea avanti, indietro e sapersi fermare in sicurezza.

Ovviamente il blog non sara’ lo strumento primario per registrare i miei progressi con questo nuovo giochino. A tal proposito credo che il canale piu’ idoneo allo scopo sara’ instagram, quindi se gia’ non lo state facendo e volete seguire una over40 che sfida l’eta’ , vi consiglio di seguirmi sul mio profilo: https://www.instagram.com/kiazsurfbike/


Gallina vecchia fa buon surf !

Gallina vecchia fa (ancora) buon surf ….

Cosa mi spinge ancora a 41 anni suonati a riprendere la tavola e a buttarmi in mare anche sotto la pioggia? Beh sicuramente il fatto che con la pioggia e’ meglio fare surf che andare in bici, ma non e’ solo quello. Negli ultimi tempi pare che Nettuno si sia nuovamente ricordato della vecchia gallina surfante, e che la schiena – facciamo le corna – stia riuscendo a reggere bene lo sforzo della remata.
La tavola mi ha salvato da una settimana tragica dal punto di vista meteo, regalandomi un paio di giornate molto produttive per quel che riguarda le onde, e anche per quel che riguarda il mio non facile approccio a questa attivita’,che nel bene o nel male ogni volta che ci ricasco mi riprende bene, sopratutto se il fisico sopporta bene.

waves ostia banzai

(le onde di questi giorni, tra ostia e Santa Marinella)

E infatti se dal punto di vista fisico la schiena tiene, la scimmia risale e di conseguenza anche la voglia di cercare di progredire e migliorare il mio stile.

Cosa non facile nel nostro Mediterraneo, in cui manca fondamentalmente continuita’.
E la mancanza di continuita’ in uno “sport” in cui la ripetibilita’ assoluta non esiste rende le cose molto piu’ complicate, sopratutto se hai superato gli anta, non sei una molla e non hai a disposizione un qualcuno (o un qualcosa) che ti permetta di documentare come stai surfando, di rivederti e di capire cosa stai sbagliando e perche’ fatichi tanto ad arrivare su quel benedetto nose, che poi e’il fine ultimo del longboard.
Puoi guardare tutti i (pochi) tutorial che trovi su youtube, ma il surf e’ bastardo.
Il surf non e’ la bici o lo snowboard o qualunque altro action/freestyle sport terrestre.
Il Mare e’ in continuo movimento, tu devi interpretare questo movimento e adeguare i tuoi movimenti sulla tavola di conseguenza.
Ci vuole una buona dose di intuito, ma anche quasi di immaginazione, sopratutto sulle nostre ondine.
La cosiddetta “progressione didattica” che funziona tanto bene in bici nel surf lascia il tempo che trova. Proprio perche’ c’e’ assenza di ripetibilita’ non si puo’ scomporre un movimento “complesso” in piu’ movimenti semplici.
Bisogna imparare a leggere e interpretare il mare il piu’ velocemente possibile. E a non sbagliare i “fondamentali”.

In questi giorni perturbati ma di onde adatte al mio scopo sono riuscita a riprendere un buon feeling con la tavola, diciamo a tornare “dove ero rimasta” quando ero arrivata all’apice del mio livello.
Confesso che l’avere una muta nuova e super morbida e elastica mi ha solo aiutato in questa fase di recupero.

Adesso, sarebbe bello riuscire ad andare oltre. Appunto, oltre, verso il nose, cercando quel momento di equilibrio perfetto sulla punta della tavola.

noseride old

(foto di repertorio, so bene che sono ancora molto “sloppy” e c’e’ da lavorare tanto)

Non sara’ facile e dovra’ assistermi il meteo, oltre che la schiena …
Basta un lungo periodo di piatta per ritrovarsi a riprendere le misure …
Ma l’avere un obbiettivo e’ una motivazione in piu’ per uscire dalla “pausa di riflessione”.

E ora andiamo a vedere le previsioni 😉

Il mio approccio al surf (link)

 


Mtb: Monte Torre Maggiore

Monte Torre Maggiore
Blind ride con RomaMtb

A volte i programmi cambiano all’improvviso senza preavviso. Il maltempo mi ha costretto ad un rientro anticipato su Roma dalla Liguria con conseguente necessita’ di riorganizzare il weekend.
Mi ricordavo che stavolta ROMAMtb proponeva un giro sulla carta fattibile, un 900 d+ dichiarato con discesa enduro “semplice”. Fortuna vuole che il sabato incontro a Formello i due organizzatori, e senza promettere niente mi faccio mandare la posizione di partenza, non garantendo nessuna certezza della mia presenza ma cercando di fare il possibile … dopo 6 ore in macchina spararsene la meta’ tra andata e ritorno il giorno dopo non sempre e’ cosa, ma la biciclettina ha sempre il sopravvento assieme alla voglia di vedere un nuovo trail… sopratutto ora che le gambe piu’ o meno almeno sullo scorrevole girano. Stavolta parto veramente blind, alla cieca, senza sapere nemmeno dove si trova la location di partenza. Non so e preferisco non sapere, per una volta non mi scervello tra tracce e cartine.
Non accendo nemmeno il cartografico sul cellulare, traccio solo con l’orologio cosi’ risparmio batteria. Si parte dall’ennesimo paese improbabile, uno di quei posti di cui se non ci fosse la bici
a portarmici non mi passerebbe mai per l’anticamera del cervello di visitare. Siamo in Umbria, provincia di Terni, in un paesotto chiamato Cesi arroccato sulle pendici di un bricco.
Fa freddo e non-si-capisce-bene come si sviluppera’ il giro. Questo stato confusionale mi terra’ compagnia per tutta la giornata, impedendomi di esprimere appieno le mie potenzialita’. Ma per fortuna con me c’e Laura, e inoltre le quote rosa abbondano(abbiamo pure la super Michela, guida e maestra della RomaMtb), quindi almeno in salita stavolta non faro’ il fanalino solitario.
Dopo una brevissima parentesi di asfalto si sale prima su singletrack teoricamente pedalabile da chi e’ piu’ skillato e resistente di me, io mi limito alle tratte pianeggianti, poi su sterratona dal fondo buono, cosa insolita per il centro italia, senza troppi strappi nella prima parte … giusto una rampa mooolto impegnativa obbliga la sottoscritta e la Laura allo spingismo, poi si ripedala fino ad un ultimo tratto di salita tecnica che mette alla prova anche le guide e gli elettrici, per finalmente uscire dal bosco e sbucare su un colletto panoramico caratterizzato dalle classiche praterie appenniniche con frequenti pietre sparse in giro …. da qua ancora si sale fino in vetta (evitabile ai fini del mero trail) a spingismo e/o portage (eh si .. stavolta sono riuscita a tirarmi pure
la bici a spalla, fortunatamente per un tratto molto breve) da cui si dovrebbe godere di una vista a 360 … purtoppo un po’ limitata dalle nubi.

rrr torre magg 1 spingismo tt

bike girlz io
Fa freddo e dopo una breve pausa inizia la discesa, prima parte freeride tra pietre, prati e buche di cinghiali, poi tocca ripedalare (o ri-spingere nel mio caso) qualche decina di metri per scollinare e trovare l’imbocco del nostro trail.

Il sentiero parte senza troppe difficolta’ ma e’ un crescendo, con passaggi su roccia fissa e pietre mobili, spesso non troppo intuitivi che necessiterebbero di uno studio piu’ approfondito per riuscire a concluderli in sicurezza. Non oso troppo perche’ non ci sono con la testa e ho le gambe molli. Alcuni punti non sono per niente banali e sopratutto costellati di pietre mobili, articolo con cui vado davvero poco daccordo, davvero off-limits per la mia skill e il mio attuale setup. E’ un mix tra rockgarden liguria like in pietra fissa sul genere del Sant Anna di Sestri e passaggi ancora piu’ complessi. Gli stop nel posto sbagliato possono rendere difficile la ripartenza, e’ richiesto un gioco di freni da manuale.
Non ci sono ripidoni, step down, salti, compressioni, o feature della serie “se sei incerto tieni aperto”, qua e’ un trail tecnico dove bisogna imparare a fare amicizia con la roccia e con i passaggi obbligati. Le chicken line sono quasi assenti (anche se in alcuni casi sarebbero individuabili) e purtoppo, se la paura di rompere se stessi e/o qualche componente della bici ha il sopravvento il risultato e’ il preferire la discesa a piedi. Il primo trail termina su uno stradotto sterrato in mezzo ai boschi, altro break per una foratura e ri riparte.

gruppo

Ci aspetta un “mangia e bevi” che dovrebbe essere in prevalenza flow, ed in effetti alcune sezioni lo sono, alternate ad altre piu’ tecniche che a tratti nuovamente mi fanno scendere, un po’ per stanchezza e un po’ per il fatto che le “pietre che camminano” non credo che mai riusciro’ ad affrontarle e a “digerirle”…. Nota positiva di quest’ultima sezione e’ la presenza di funghi della famiglia dei “boletus” in ogni angolo … diciamo che la location sarebbe da rivisitare in un’altra veste.
Finalmente si ritrova una stradina asfaltata che ci ricondurra’ alle macchine. Io esausta scendo subito, mentre gran parte del gruppo si allunga ancora fino ad un punto panoramico.

Concludendo, 850 d+ reali limitabili a 700 se si e’ interessati al trail e non alla “vetta”. Giro che cerchero’ sicuramente di ripetere perche’ ho lasciato troppi conti in sospeso sulla prima parte… da verificare anche l’esistenza di discese alternative per evitare il mezzacosta mangia-e-bevi. Trail molto interessante con terreno che mette alla prova, da rivedere e rivalutare e riprovare. Al momento non esprimo un giudizio al 100%, una cosa e’ sicura, fa parte del genere che “non molla mai o quasi”, quindi oltre alla tecnia serve anche una buona resistenza in discesa. Se dovessi valutarlo con la scala singletrack che utilizzo per la “mia” Valle, questo e’ S2 con molti passi S3.

Vedremo se ci sara’ occasione di tornarci e di farlo concentrandosi sui passaggi piu’ ostici.

Relive

Relive ‘Giro con romamtb’

Traccia (download diretto – non postero’ tracce su gpsies fino a risoluzione dei problemi su dispositivi mobili)

Si ringraziano le guide Michela e Sergio, e tutti le/i partecipanti della RomaMtb


MTB Caldirola CaldiRock BikePark

Caldirola “CaldiRock” Bikepark.

Chi mi conosce e mi segue sa che non sono particolarmente amante dei bikepark, ma fin dalle prime volte che ho sentito parlare di questo fantomatico posto chiamato Caldirola ammetto di essermi incuriosita non poco. Sara’ perche’ sentivo dire di “una vecchia seggiovia MONOPOSTO” riadattata alle bici e che indicativamente ho riscontrato molte opinioni positive, decido, malgrado il maltempo di accettare l’invito di Sara e di approfittare di questo ennesimo break ligure per raggiungere la misteriosa location.
Sono in teoria 108 km da Rapallo … in teoria. Questi 108 km si traducono in una 60ina di km di autostrada e i restanti per strade improbabili che ti impongono un estrema fiducia in google maps.
Si sale sempre di piu’ su strade e stradine, con il tempo che non promette nulla di buono, ma ormai siamo in ballo e balliamo. La strada termina in un piazzale sterrato, circondato da alcune costruzioni che chiaramente risalgono agli anni 70, come la seggiovia. Si la seggiovia, esiste davvero ed e’ davvero ad un solo posto, con quei vecchi seggiolini in ferro che mi fanno tornare bambina a quando ancora si sciava a Beaulard… o ancora piu’ indietro, quando ricordo che a impianti chiusi giocavo a dondolarmi sui seggiolini del Frais.
E infatti bisogna tornare un po’ bambini per trovare il coraggio sia di salire su quel trabiccolo che di girare sotto quella pioggerella che a Roma definiscono gnagnarella.
Purtoppo almeno la mattina mi tocca girare da sola. Tutti gli altri ragazzi/e fanno parte dei corsi di Deepbike, e non trovo compagnia pari livello sul momento. Non riesco nemmeno a rimediare
una traccia gps del percorso piu’ facile, complice l’assenza quasi totale di copertura dati in zona. Va bene poco male. SOno abituata a ravanare da sola e anche stavolta iniziamo la giornata ravanando.
Ritirato lo skipass (un adesivo da attaccare al manubrio o al cavo freno, anche questo piuttosto inconsueto) tocca salire sul trabiccolo monoposto. Fortunatamente gli inservienti sono gentili,
e mi aiutano a caricare la bici al gancio. Bici sul gancio, la sottoscritta su un poco rassicurante dondolante seggiolino metallico. Bisogna, appena seduti tenere la bici che non sbatta …. insomma trattasi di un impianto un pelo agricolo, ma svolge egregiamente il proprio dovere.
In cima, circa 1450, la nebbia e’ ancora piu’ fitta e si fatica a capire dove andare. Dinuovo per fortuna riesco ad ottenere indicazioni, inoltre le piste sono segnate in modo abbastanza comprensibile.
Il terreno e’ umidiccio ma ho visto di peggio, va beh proviamo a buttarci per il piu’ facile dei trail, LaPierre Fun. Ed e’ davvero fun, peccato per il tempaccio, l’umido e il livello di fiducia che cala.
Ma se pare divertente sul bagnato figuriamoci in condizioni ottimali …. LaPierre Fun e’ un flow trail Formello style (chi mi legge da Roma sa) , difficolta’ simil-cinghiale/scoiattolo tanto per restare
su un punto di riferimento ben preciso. Assolutamente niente di difficile, ottimo per chi e’ alle prime armi e magari pure poco allenato e vuole farsi un idea di questo sport senza grossi investimenti (e’ possibile affittare bici).
Ripeto lo stesso trail una seconda volta… purtoppo la pioviggine persiste e il terreno non migliora ma mi reputo gia’ piu’ che soddisfatta.
Eccovi il resoconto video della mattinata …

(video)

Dopo una pausa ricomincio. Stavolta “faccio l’intrusa” e decido di accodarmi al gruppo di Deepbike in cui ci sono altre due ragazze, in modo da vedere un’altro trail, la Capannina. Questo e’ un po’ piu’ guidato, ha alcuni passaggi che non riesco a concludere causa terreno scivoloso, ma pure qui e’ prevalenza flow, grandi sponde e qualche simpatico saltino. In compagnia ci si diverte e ci si
confronta di piu’. A fine trail non me la sento di risalire, lo spirito di conservazione ha la meglio e decido di lavare la bici e di chiudere cosi’ questa giornata dal meteo avverso ma comunque divertente e in ottima compagnia.

Per concludere: “se l’universo ha un centro luminoso, qua siamo nel punto piu’lontano”. Questo e’ quel che mi e’ venuto da pensare appena scesa dalla macchina nel piazzale di Caldirola.
Ho visto pochissimo di quel che offre la location, ma i presupposti sono ottimi, trail curatissimi e adatti a tutti. Pazzesco inoltre vedere parecchia gente girare malgrado il maltempo e le distanze non indifferenti dal “mondo civile”. E’ interessante notare come una piccola stazione di bassa quota dal destino “segnato” abbia saputo ottimamente riciclarsi offrendo un ottimo servizio ai bikers in un ambiente accogliete e familiare. In un futuro sempre piu’ “elettrico” Caldirola e’ una parentesi aperta a tutti coloro che vogliono divertirsi senza faticare in salita senza necessitare di una superbici. I due trail da me percorsi sono tranquillamente “a portata di frontino” e di full senza escursioni intergalattiche. Un viaggio indietro nel tempo a 360, quando non esisteva l’enduro ma esisteva il “freeride”, appellativo ormai scomparso dal mondo della mtb (o relegato ad un certo tipo di competizioni che non han niente a che vedere con quel che significa freeride in se).
Spero che si ripresenti l’occasione di tornarci, malgrado la non facile raggiungibilita’ della location.

Vi lascio la traccia GPS GPX del Lapierre Fun in download diretto nel caso qualcuno volesse “sentirsi piu’ sicuro” 😉

https://drive.google.com/open?id=1kF4nWBj-H-32Uv83I27RTas3W3elj5Ot


Mtb: Monte Soratte

AM – Enduro sul Soratte

Il Monte Soratte e’ un’altura di 690 mt slm a Nord di Roma, che si eleva solitaria dalla Valle del Tevere. Questo particolare rilievo ospita nella sua parete sud un sistema di gallerie risalenti al 1937 ad uso rifugio militare … ma offre anche alcuni interessanti trail affrontabili in mtb. Andiamo dunque a vedere cosa ci aspetta, stavolta in compagnia degli Elettrici Guido e Giuseppe.
Partiamo da Sant’Oreste, caratteristico borgo situato sulle pendici del monte, e da qua saliamo con una ripida cementata (pendenza media 14%) fino alla chiesa che si trova poco sotto la vetta …
La salita e’ davvero ripida, io uso le mie gambe senza aiuti, e comunque arrivo in qualche modo in cima con qualche brevissimo pezzo a spinta per recuperare.
Da qua tocca spingere ancora pochi metri per raggiungere l’eremo di San Silvestro, costruito proprio in cima al monte, da cui si gode di una vista a 360 verso le pianure sottostanti.

top soratte

Si cambia assetto e si scende. Prima parte, la stessa fatta in salita a spinta, e’ un susseguirsi di rockgarden molto divertenti che ci riportano con scalinata finale al piazzale della chiesa. Da qui con un po’ di ravanaggio imbocchiamo il primo trail , breve ma tutt’altro che semplice almeno per me, Il fondo di queste zone e’ molto diverso da queii su cui ho girato negli ultimi tempi. E’ un mix di terra non particolarmente grippante, pietre fisse e pietre rotolanti. Sono sopratutto queste ultime a darmi molta noia e a togliermi sicurezza. Comunque riesco a chiudere buona parte dei passaggi, inclusi alcuni tornanti poco intuitivi.

 

Si spunta alla cappelletta gia’ incrociata in salita, di qua si prosegue con un trail che mantiene piu’ o meno lo stesso genere, forse poco poco piu’ flow in alcune parti. Purtoppo le complicazioni sono date dalla vegetazione a tratti fitta e per niente amichevole (rovi e altre piante spinose), fino a sbucare su una sterrata mezzacosta che ci riportera’ a Sant’Oreste.

Da qua con un po’ di ravanaggio troviamo l’imbocco del successivo trail. L’incipit non e’ dei piu’ invitanti, una scalinata in terra-tronchi molto stretta, che nessuno di noi osa rischiarsi. Poi un trail piu’ o meno simile ai precedenti, con sempre la vegetazione a farla da padrona … dopo un po’ il trail s’allarga e diventa una specie di sterratone (forse evitabile), che culmina con un ripido con due enormi canaline pronte a mangiarmi a colazione. Giuseppe mi costringe a provarlo. Con molta paura passo in mezzo alle canale e lo chiudo. Non e’ niente di difficile ma se per qualunque cosa stupida la ruota va dove non deve non e’ bello. Per farmi passare le mie fobie lo ripeto una seconda volta, ma ancora non mi sento tranquilla e sicura in tali circostanze.

Purtoppo ora non ci resta che risalire su strade asfaltate secondarie , anche queste con alcuni strappi oltre il 10%. Fortunatamente stavolta arriva in soccorso la “cima di recupero”, e Giuseppe “spartisce” con me un po’ dell’assistenza della sua Levo trainandomi fino al centro storico del paese.

st oreste soratte

Concludendo: Location particolare non troppo distante da Roma, sentieri interessanti sopratutto la parte alta, panorama e contesto naturale piacevole. Salite hardcore ma essendo cementate si pedalano (a fatica per me). Un ringraziamento a Roberto Taccio per averci fornito la traccia del giro e averci garantito la percorribilita’ dei sentieri, che non essendo molto frequentati sono facile preda della vegetazione.

EDIT del 28-10-19: Sono tornata sul Soratte in compagnia del “local” Taccio e altri amici , facendo lo stesso giro ma optando per una risalita piu’ lunga, tranquilla e panoramica, e aggiungendo alcune brevi varianti per fare visisita ad alcuni Eremi e avvicinarsi ai particolarissimi meri, vere e proprie “voragini” di origine carsica che sembrano addentrarsi fino al centro della Terra. In conclusione, la risalita ci porta nei pressi del famoso Bunker, ove si attraversa un vero e proprio museo a cielo aperto con esposti svariati mezzi bellici.  Varianti consigliatissime per chi, oltre a divertirsi sui trail (che purtoppo con l’umidita’ diventano almeno per me piuttosto complessi) conoscere le particolarita’ storiche e naturalistiche della zona.

Qualche foto del giro “lungo”

meri1
nei pressi dei “meri”
eremo inside
dentro la cripta ..
meri 2
Uno dei meri … brr

eremo 2

carro armato
carro armato in mostra vicino al bunker

 

soratte 1
lungo la risalita
st oreste
st oreste
eremo
resti di un eremo incastonato nella roccia..
soratte
panorama dalla cima
missile bunker
nei pressi del bunker …
io
fine giro

Traccia giro corto (salita hard):
GPSies - Soratte EnduroSoratte enduro

Traccia giro lungo (risalita soft e varianti panoramiche
GPSies - Soratte Enduro Panoramico


MTB: Sestri-Riva Tritone Trail

Tritone Trail (Sestri-Riva.t)

Un “qualcosa di nuovo” era d’obbligo in questi giorni, quindi chiusa la parentesi surfistica torniamo in sella e torniamo a esplorare. Stavolta siamo sul versante di Riva, e per raggiungere l’attacco del trail occorre pedalare per circa 6 km di cui 4 su asfalto (Aurelia, a tratti puo’ essere trafficata). Come gli altri sentieri della zona anche Tritone e’ super panoramico, ed e’ principlamente flow anche se con un terreno non facilissimo e breccioloso. Unico “neo”, per raggiungerlo c’e’ una parte in comune con l’altro tracciato, Manierta, molto piu’ tecnico, che sul momento ho trovato decisiamente scassato e complesso. Per ragioni di sicurezza trovandomi in solitaria ho preferito scendere a piedi, ma parliamo davvero di pochi metri. Dopodiche’ tocca stare attenti e prendere il bivio a destra a salire, da qua inizia Tritone, nel solito contesto naturale fantastico tipico di queste zone. La mia bassa velocita’ e’ dovuta, oltre alla non conoscenza del trail, al voler apprezzare appieno la vista sul mare sempre unica, aiutata da un meteo perfetto con un cielo limpidissimo. Buona visione.

Per concludere, eccezion fatta per la parte comune a Mainerta, Tritone e’ trail davvero per tutti, cosa “rara” in questa zona 😉 . Consigliato .

Traccia GPS GPX

 


Surf: 4 giorni di onde liguri

4 giorni di onde nel Levante Ligure … ecco come e’ andata …
Every day … is DAY ONE

Prologue

Sono sul trail Sant’Anna di Sestri … fa caldo e qualcosa non va. Non riesco a trovare fiducia e lucidita’, non c’e’ un anima in giro in quanto c’e’ la gara a Torriglia … insomma non trovo le linee di discesa giuste e sembra che la probabilita’ di cadere sia elevata ad ogni angolo. Ma da lassu’ guardando le due baie di sestri noto schiume bianche lungo la costa … si risveglia l’anima surfista repressa e nascosta e mi chiedo … ma non e’ che c’e’ mare ????

st anna 1
Uno sguardo alla webcam di Recco ed e’ piatto (oltre che esserci divieto) … scendo come posso facendo buona parte dei passaggi impestati a piedi …. mi concedo un pezzo di focaccia e una birretta , carico la specy e rotolo lentamente lungo l’Aurelia … arrivo al ponte sull’Entella e quell’automatismo di guardare il mare che ho da quando ho messo le chiappe su una tavola piu’ di 20 anni fa la prima volta e’ ancora li …. “ma cavoli c’e’ gente in acqua … ci sono le onde…..”
Piu’ veloce della luce esco dall’aurelia e prendo lo svincolo verso la foce dell’Entella. Lo spot dove tutto e’ iniziato.

Every Day is DAY ONE.

#dayOne

Un tizio in mare da solo sta prendendo qualche bella destra. Non e’ che ci sia chissa’ cosa e rompe abbastanza vicino a riva. Ma sembra esserci acqua abbastanza x non farsi male.
Surfare con l’acqua calda da soli o quasi non ha prezzo.
Io mi preparo, il tizio intanto esce.
Mezz’ora a mollo da sola prendendo alcune divertenti destrine.
So ancora surfare dopo 6 mesi di astinenza voluta.
Every Day is Day One.
Dopo mezz’ora entrano alcuni altri, ma l’ambiente resta tranquillo e il livello non elevato mi permettono di continuare a prendere onde.
Fino a quando il freddo (il caldo era solo apparente) prende il sopravvento e lascio lo spot felice come la prima volta che mi sono alzata su una tavola.

fognone day1

#dayTwo

Repetita iuvant. A Recco c’e’ divieto per manifestazione, l’Entella resta l’unica soluzione vicino casa. Il cielo e’ grigio, ha piovuto tutta la notte e l’aria e’ quasi fredda.
Smette di piovere e attorno alle 11.30 arrivo allo spot. Stavolta e’ affollato, molto piu’ delle sue capacita’. Onde di buona qualita’, poco sotto il metro le serie piu’ grandi, periodo lunghissimo.
Va beh mi faccio coraggio perche’ “se poi viene vento addio” e mi butto. Stavolta con la muta retro 2.2. Aspetto. Troppo casino. Provo a remare un onda ma la remano in altri 5.
Situazione che detesto. Mi sposto piu’ in la e continuo ad aspettare. Niente. Il picco buono e’ dei padroni di casa, e guai se provi ad invadere il loro territorio. Non passa lo straniero.
Me ne faccio una ragione e aspetto. Sento che parlano tra loro e che intendono uscire per una pausa. Un sospiro di sollievo, forse riusciro’ a prendere qualche onda. Meno male che ho messo la muta.
I soggetti escono e il picco si libera un po’. Arriva una serie. Buona la prima, destra ovviamente … e cosi’ avanti per un altra oretta circa … tutte destre, a volte anche un pelo ripide,
con una buona potenza. In qualche raro caso riesco a fare qualche timido passo verso il nose.
Attorno alle 14 il vento sale e il mare inizia a non essere cosi’ pulito anche se la misura aumenta. Game over per me, e vediamo di risparmiarci perche’ le onde ci saranno anche domani.

entella day2

#dayThree

Finalmente la balneazione e’ praticabile a Recco. Un occhiata alla webcam e via. Voglio surfare sinistre. Si, Recco e’ piu’ noto per la destra, ma anche quella e’ prioritaria per i locali. La sinistra che rompe verso il fiume invece, e’ quasi deserta ed e’ molto meno gettonata, almeno finche’ non entra la scuola, ovvero alle 11.
Fa un freddo dannato anche se sono gia’ le 9. Tra un po’ di impicci con le chiavi e il fatto che non ho parcheggiato vicinissimo faccio le 9.30.
Arrivano alcune serie davvero belle per il long. Piccoletto, mezzo metro o poco piu’, ma e’ quel che ci vuole per un bel po’ di belle scivolate senza pensieri. Sulle prime, di qualita’ superiore arrivano anche un paio di five. Registro con l’orologio gps … un ora e mezza, 4 km di spostamento, velocita’ massima 18 kmh. Interessante. Esco per entrata scuole e effollamento. Niente male pure oggi, questo e’ il surf che mi piace.

recco day3

#dayFour

Rotta senza deviazioni e perdite di tempo verso l’Entella. La situazione almeno da fuori pare non ottimale, un po’ irregolare e picco multiplo, ma ci sono solo 3 persone in mare e ogni tanto qualche destra che apre a dovere adatta al long arriva. Non perdo tempo mi metto la muta e mi butto. Prendo 4 destre molto belle, veloci, abbastanza ripide su cui se si trova il timing giusto si chiude l’ultima sezione in nose. Non male e non facilissimo … al contorno anche una partenza su un “fuori misura” che pero’ si e’ risolto in una fuga dal close out tirando dritto nella schiuma. Il mare purtoppo inizia ad incasinarsi e a diventare incomprensibile, l’ultimo tentativo di partenza si conclude in una facciata nell’inside nel peggiore dei punti, venendo letterlamente buttata fuori dall’acqua dalle schiume con una bella pinnata sul braccio compressa nel prezzo. Quando il mare non ti vuole piu’ e’ un segnale, non resta che uscire e trarre il massimo da questi 4 incredibili giorni di surf ligure, constatando che, quando la forutna gira, questa attivita’ ha ancora tanto da dare ….

day 4 entella

#epliogue
… finite le onde e’ dinuovo il turno della Specy. Sono dinuovo sul trail Sant’Anna di Sestri. Stavolta in compagnia dell’amico Maestro Beppe. Confidence level high. Avra’ anche vinto il Mare, ma stavolta sul Sant’Anna pareggio i conti, portando a casa tutti gli ostici passaggi di questo trail sempre incredibilmente unico nel suo genere….

st anna last
Conclusioni : il surf … difficile non ricaderci se capita l’occasione giusta… ma altrettanto facile rischiare di finire in situazioni di scazzo e di profonda impressione di perdere tempo galleggiando.
Cominciamo con il dire che, anche se “ci vuole il fisico” non e’ uno sport. Ci vuole il fisico a priori punto. Il consumo energetico in acqua nelle condizioni da longboard piu’ frequenti e’ minimo.
Sicuramente diverso e’ il discorso per una tavola corta. Resta il fatto che una buona remata aiuta …. ma una session di surf in condizioni di mare medio piccolo brucia circa 200 kcal ora … meno che andare in bici in pianura. Piu’ passa il tempo pero’, o meglio piu’ si invecchia, piu’ diventa necessario mantenersi allenati fuori dall’acqua per non trovarsi impreparati dopo mesi di lontananza dalle onde. Tornero’ in acqua a breve ? Non lo so. E’ un attivita’ (spiacenti ma definirlo sport quando lo si pratica a livello ludico e’ troppo) che richiede il giusto mood, e che deve portare solo feedback positivi. Se fare surf significa sgomitare a giocarsi un’onda con altre 50 persone magari assatanate perche’ non fa mare da 1 mese …. allora questo non e’ una cosa che fa per me.
Se ci saranno altri momenti fortuiti … sara’ direttamente lui, il Mare, a chiamarmi, come e’ stata questa volta ….

A presto surfers 😉


Infernet 2019 bagnato

Infernet (+ Janus) Bagnato, Infernet Fortunato !!!

Ogni location dove le mie ruote lasciano un segno ha un suo trail “must”, uno di quelli che “se passi di qua devi farlo“.
Per quanto riguarda l’estremita’ piu’ a nord ovest del nostro Paese, il “must” e’ il SingleTrack de l’Infernet , gia’ in territorio francese, tra Monginevro e Briancon. Ne abbiamo gia’ abbondantemente parlato, ma vale sempre la pena tornarci, sopratutto in compagnia.
In realta’ e’ comunque un giro che almeno 1 volta l’anno va fatto. La discesa e i suoi eterni tornantini vale la salita, che puo’ anche essere dimezzata con recupero auto, e ridotta ulteriormente  utilizzando la seggiovia.

Ci sono 2 modi pedalati per salire all’Infernet, quello lungo passando dai forti e dalla cementata militare (giro del 2017) oppure da La Vachette attraverso le forestali. Il primo sviluppa 1200, il secondo poco piu’ di 1000. Il primo e’ mediamente sempre faticoso e non molla, il secondo, una volta raggiunto Monginevro diventa molto pedalabile. Ed e’ con questo secondo metodo che comunque qualche giorno fa me lo sono pedalata, godendomi una discesa piu’ sporca e scavata rispetto allo scorso anno con Angela, ma comunque sempre super divertente e “remunerativa”.

Coincidenza vuole che stavolta le mie ruote si incrociano con quelle di Michela e Sergio, istruttori della ASD RomaMtb in vacanza nel Brianconnais in questi giorni. E dunque disponendo di due veicoli organizziamo il recupero, e perche’ no, meccanizziamo pure altri 300 metri con la seggiovia del Chalmettes, e dai 2097 della base alta degli impianti saliremo ai 2400 del Col du Gondrand prima, e ci allungheremo anche fino al forte Janus per godere di una splendida vista a 360 su tutte le vallate circostanti. Io ci arrivo a spingismo ma poco importa. Valeva la pena lo sforzo.

janus 1 janus 2 janus 3 janus 4

E ora si scende. Io rientro per la via di salita, i due soci si avventurano per un taglio in cresta indicato come trail running. Ricomposto il gruppo e lasciato il mezzacosta sassoso sul versante di Cervieres, attacchiamo con il single de l’infernet. Umido, molto umido piu’ dell’altro giorno. Radici e pietre viscide ci mettono alla prova, ma eccezion fatta per alcuni punti dove addirittura l’acqua creava rigagnoli nelle canale, il sentiero e’ rimasto piu’ che fattibile, offrendo un terreno “sfidante”  per aumentare il proprio confidence level.

corners infernet

(video 2019)

Come sempre grande soddisfazione una volta portato a conclusione, una ottima palestra per imparare a curvare nello stretto, senza mai trovarsi in situazioni rischiose o esposte.
Insomma se vi piacciono i tornantini, o se questi sono il vostro punto debole l’Infernet e’ il posto dove fare pratica e imparare a farci i conti. Tutti i tornanti si chiudono tranquillamente in sella senza necessariamente padroneggiare il nosepress … dunque davvero un bel divertimento per gli amanti del genere…. astenersi amanti del flow veloce, dello spondato e del “man made” in generale ….

Un ultima nota riguarda il livello di difficolta’ del trail: il libro Western Trail lo identifica S3. Le paline VTT FFC lo identificano nero. Anche se quest’anno (2019) e’ palesemente piu’ scassato dello scorso (2018) e’ ben lontano sia dalla definizione “black diamond” di Trailforks che all’S3 della scala Singletrack tedesca. Io direi un S2 con qualche punto S3, con i colori direi rosso pieno per la classificazione francese e blu ad orientamento AM per la scala di Trailforks.
Il mio consiglio e’, se avete un buon controllo della bici nello stretto e una guida mediamente precisa non fatevi spaventare dal “colore” o dalle definizioni e provatelo. Potreste appassionarvi ai tornantini 😉

Si Ringraziano Sergio e Michela di RomaMTB per la compagnia e la logistica del recupero 😉

Per la traccia GPX potete fare riferimento a quella presente nell’articolo dello scorso anno.


Off Topic: Video editing a km0

Il computer … questo sconosciuto ….

Sono vecchia e questo e’ un dato di fatto. Sono uno di quei dinosauri che ancora ama quell’affare con i bottoni per scrivere, insomma il computer, questo coso ormai sconosciuto relegato ad uffici o a superprofessionisti quali programmatori e grafici. Io sono un ex informatica, ho lavorato nell’IT per una decina d’anni e non posso fare a meno della tastiera. Come non posso fare a meno di uno schermo di dimensioni accettabili, e talvolta, del topo (mouse).
Il pc mi serve per scrivere su codesto blog, per fare due conti e le fatture in quanto lavoratrice autonoma, e per montare i video che posto quassopra, quelli realizzati con “la gopro dei povery” di cui abbiamo gia’ potuto parlare.

Bene oggi piove quindi vi racconto un po’ di cosa utilizzo per fare quel minimo di taglia e cuci che serve a rendere presentabili le registrazioni in helmet cam. Come premesso sono un ex informatica (settore networking) e in quanto tale sono rimasta legata al sistema che piu’ mi ha dato soddsifazioni sul lavoro ai tempi: Linux. Per chi non lo sapesse Linux e’ un sistema operativo opensource, a sorgente aperto, quindi nato dal contributo volontario di tanti sviluppatori, il cui kernel (nucleo funzionale del sistema) ad oggi e’ usato in parecchie applicazioni fra cui la base del sistema operativo android che gira su gran parte degli smartphone in commercio.

Se negli anni degli “strafalcioni” di microsoft Linux aveva guadagnato sempre piu’ visibilita‘ anche tra i non addetti ai lavori, la crescita delle capacita’ degli smartphone di fare di tutto e di piu’ ha oscurato i pc ad uso domestico eccezion fatta per applicazioni molto di nicchia (gaming ad esempio, ma anche qua ormai sono le console a fare il bello e il cattivo tempo) o per appassionati di grafica e video editing, categoria in cui comunque il sistema dominante e’ il Mac. Mac che io ho anche usato per alcuni anni (ne ho avuti due di cui uno migrato a Linux nel momento in cui per poter aggiornare il sistema avrei dovuto pagare) ma sempre con quel “fastidio” di doversi appropriare di software senza licenza d’uso per, appunto, modificare i video registrati con una action camera.

Cosi’ sono tornata al mondo opensource, trovando in esso quanto mi basta per fare quel che mi serve fare con un computer ovvero:
– editare i video della gopro dei povery
– visualizzare e tracciare file gpx
– modificare e tagliare qualche foto
– Realizzare/modificare loghi e scritte in grafica vettoriale
– fare i conti e le fatture per la mia partita iva

Tutto questo utilizzando solo software opensource o freeware su una cpu celeron con 4gb di ram, sistema operativo Linux Ubuntu 18.04 LTS.
Il pc che uso e’ uno dei piu’ leggeri e sottili nella sua fascia di prezzo, nasce un po’ scarso di harddisk ma grazie allo slot ssd e’ facilmente espandibile con pochi euro in piu’. Lo trovate su amazon al link sottostante, so che si puo’ reperire di equivalente anche a meno, ma ci tenevo ad avere un prodotto assemblato da un azienda italiana garantito compatibile con Linux (nasce preinstallato, disponibile cmq anche win10 con sovrapprezzo) , per non aver problemi di garanzie e quant’altro.

ultrabook linux

Entriamo nel dettaglio del discorso video edit. Al momento sto usando due applicazioni, una è openshot, l’altra flowblade.
Nello specifico uso openshot per tagliare e mettere i titoli. E’ un software molto intuitivo che ricorda le vecchie versioni di imovie su mac. Purtoppo la release che sto usando mi sta dando problemi con alcuni file audio in formato mp3, quindi per ovviare sto testando Flowblade, applicazione piu’ leggera e stabile ma molto meno semplice nell’utilizzo.
Ribadisco che non sono un addetta ai lavori e nemmeno un’appassionata del genere, ma volendo far vedere i miei trail credo che un minimo di montaggio sia indispensabile.

video edit linux

Altra cosa per cui torna utile un computer e’ poter visualizzare, modificare e creare ex novo tracce gps GPX. A questi scopi ci pensa Viking, software cartografico che si appoggia alle openstreetmap e che consente di visualizzare tracce, unirle, dividerle, modificare i punti, crearne di nuove. Molto utile per programmare e nel caso “inventare” un giro ad hoc .
Il programma non e’ tra i piu’ intuitivi ma nessun editor gpx lo e’. Tuttavia lo ho trovato piu’ semplice dei vari ComEGps Land per windows, oltre che avere un importante caratteristica: essere gratuito e opensource (escludendo le app online, non ho al momento trovato alternative free altrettanto potenti)

viking gps

Venendo a quel poco di grafica con cui a volte capita di scontrarsi: uso il famosissimo gimp (ormai ben noto anche su altre piattaforme come photoshop replacement) per le immagini raster e per aggiustare qualche foto, mentre ho utilizzato inkscape per la grafica vettoriale, in particolare per la realizzazione del logo del blog.

logoinkscape

Anche inkscape e’ multipiattaforma, abbastanza noto anche su altri sistemi mac incluso. Molto semplice da usare anche per chi e’ totalmente negato per queste cose come la sottoscritta.

Arriviamo in ultima istanza alla cosiddetta “produttivita'” : per office & derivati abbiamo i noti openoffice/libreoffice ecc ecc su cui non mi dilungo essendo ben noti e multipiattaforma, mentre per i miei adempimenti burocratici ovvero la fatturazione uso invoicex: programma italiano multipiattaforma, freeware ma non open, credo sia l’unico nel suo genere che supporti la fattura elettronica anche nella versione free con funzionalita’ di base.

Concludendo, perche’ tutto questo sermone su un blog che parla di bici e outdoor ? Un po’ perche’ piove, un po’ perche’ credo sia giusto cercare di combattere l’analfebitizzazione informatica che si fa avanti, e contribuire a far conoscere Linux, sistema opensource ultimo baluardo del rispetto della privacy in rete. Ricordo che ormai e’ un sistema davvero per tutti, con un interfaccia che e’ un mix tra win e osx, anzi a dirla tutta e’ molto piu’ facile e accessibile di windows10 (prova tecnica effettuata con mia madre ultrasettantenne ….)

A presto sui trail e non davanti ad un pc !!


MTB: Cotolivier, Pourachet e i Tornantini

Cotolivier – Pourachet – I tornantini

Dei tanti giri fattibili in alta Valsusa c’e’ n’e’ uno che mi sta particolarmente a cuore. Sara’ perche’ non molto conosciuto e battuto, sara’ perche’ scoprirlo 2 anni fa e’ stato un piacere, sara’ perche’ unisce interessanti singletrack ad un paesaggio da sogno.
Stiamo parlando dell’anello Vazon-Cotolivier-Pourachet-Millaures, con discesa sui 12 tornantini.

Un’ottima palestra per chi non ha mai avuto esperienza con questo tipo di “ostacolo” molto comune nei sentieri di montagna. E infatti e’ stata un’uscita che ha anche avuto un interessante riscontro didattico per Laura, al primo “incontro” con le curve strette non spondate.

Per Laura e Alessio e’ stata l’uscita conclusiva di un’intera settimana alla scoperta della Valsusa con me. Giro super adatto all’occasione, unendo alla perfezione componente panoramica e tecnica, senza eccedere nei km e nel dislivello.

Partiamo dunque da Vazon, dove una bella cartina ci mostra il nostro itinerario, e permette una breve spiegazione del tracciato che affronteremo (vedi video successivo).
Saliamo dunque al Cotolivier, doverosa pausa alla Cappelletta, e si inizia con il primo singletrack in cresta, super panoramico con vista sull’onnipresente Chaberton e il massiccio della Grand Hoche.

cotolivier

pourachet 1

Dopo questo “aperitivo” abbiamo perso circa 100 d+ e tocca pedalare, ci aspetta un mezzacosta con qualche rampa impegnativa, che si lascia comunque ben “digerire” grazie all’imponente spettacolo delle vette circostanti, sempre piu’ vicine. Si arriva quindi alla conca dalla quale il sentiero principale si dirama in 3 tracce, una verso la croce di San Giuseppe, una (purtoppo impraticabile per frana) verso il lago Desertes e la strada dello Chaberton, e la nostra, che scende attaccando con 12 tornantini alle grange Millaures.

top to millaures

12 tornantini, piu’ o meno stretti, ottimi come primo approccio con questo elemento. Il divertimento c’e’ per tutti, e il panorama continua a mantenere i suoi elevatissimi standard, obbligandoci a stare attenti e non farci distrare troppo dall’imponenza di queste montagne.

(video)

La parte a tornanti termina in un’area adibita a pascolo nei pressi di una costruzione abbandonata. Da qua il sentiero diventa un mezzacosta classico, che alterna aree di bosco con altre piu’ aperte, presentando un unico passaggio tecnico con un corto rockgarden su terreno smosso e friabile. Si giunge poi alle grange Millaures, da cui si prosegue con un altro sentierino pianeggiante fino al bivio per la frazione Lozet. Qua tocchera’ un po’ di sano spingismo, fino alla strada in discesa che percorreremo fino a ritrovare la sterrata del cotolivier utilizzata in salita. Ultimi due tagli e siamo dinuovo a Vazon

Questo giro da sempre una qualche soddisfazione ed e’ forse quello di durata medio-breve che ripeto piu’ volentieri. Anche questo e’ recensito sul libro Western Trails –

– ove viene consigliato da Desertes. Volendo allungare il giro pero’, come consiglio ad elettrici e a riders piu’ performanti, il mio suggerimento e’ di partire da Oulx e, una volta rientrati da lozet alla strada del cotolivier scegliere tra due opzioni :
1) Da vazon proseguire per Soubras, poi PierreMenaud e da qua il singletrack verso Amazas, rientro su oulx poi su statale
2) Dal tornante sopra Vazon, mezzacosta per Chateaux Beaulard. Da qua discesa verso la pista di fondo tramite sentiero D2 e rientro a Oulx per la suddetta pista.

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