Un inverno senza sci/snow ?

O meglio … senza “risalite meccanizzate“, senza impianti di risalita …

Questa e’ la prospettiva che ci riserva l’ “era del covid”. Il problema non mi riguarda (fortunatamente) troppo da vicino, ma ripercorrendo la mia storia non oso immaginare quanto avrei dato di matto se una simile cosa fosse successa nei primi anni 2000 , quando lo snowboard era la mia vita, e quando ho inseguito in vano il sogno di farlo diventare un lavoro. Ora la montagna la guardo da un’altra prospettiva, e da felice splitboarder sono altre le cose che mi turbano. Gia’, perche’ come la chiusura delle palestre e l’impossibilita’ di praticare alcuni sport ha portato, complice il bonus bici, ad un aumento dei bikers sui sentieri, questa chiusura (o meglio non-apertura) rischia di portare all’avvicinamento al Backcoutry (sia esso snow-alp o ski-alp) soggetti che forse non si sono mai allontanati nemmeno dal bordo-pista, pur di fare “qualcosa” sulla neve.

Al momento, parlo esclusivamente per quel che riguarda la mia Valsusa e quello che e’ in grado di offrire. Per quel che concerne l’Appennino il discorso e’ molto + complicato, ma credo che viste le “forme di localismo” – perdonatemi il termine – ne giuste ne sbagliate che caratterizzano il contesto skialp del centro italia e il fatto che non esiste una vera “vocazione turistica invernale” in gran parte delle stazioni, il problema semplicemente non esistera’ o quasi. Torniamo quindi alla mia Valle. Qua abbiamo circa 5 (forse anche di piu’ , in base alla quota neve) itinerari skialp/snowalp easy seguibili con facilita’ anche senza gps se si conosce un minimo l’orografia della zona. A questo si aggiungerebbe la possibilita’ di salire lungo le piste chiuse se non sara’ interdetta.

cìt roc splìt
cima bosco

Ora, gia’ in circostanze normali, itinerari facili come Cima Bosco possono risultare molto frequentati nei weekend, con difficolta’ di parcheggio (la montagna non attrezzata ha spesso spazi ristretti) e altre conseguenze. Avventurarsi nel backcoutry , lontano dagli impianti di risalita, implica la conoscenza di alcune regole, e sopratutto delle procedure di autosoccorso in caso di slavina, bisogna essere in possesso di ARVA, PALA, SONDA e saperli usare (sarebbe preferibile aver frequentato un corso, anche molto basilare), bisogna conoscere la location (o affidarsi a local/guide) e sapere quando si puo’ andare e dove, e quando non si puo’. E questa e’ la ragione per cui io giro soltanto nella mia Valle. Ho girato una sola volta in Appennino grazie ad un amico skialper che mi ha fatto da guida, ma da sola non mi avventuro ad esplorare ambienti a me pressoche’ sconosciuti. Lo skialp/snowalp non e’ la mtb, dove alla peggio giri le ruote e torni indietro. La montagna non perdona, e l’errore di un singolo rischia di colpevolizzare tutta la categoria, con il conseguente proliferare di divieti spesso privi di fondamento.

Io credo che la soluzione sarebbe una riapertura con skipass a numero massimo, acquistabili solo online in prevendita, favorire le stazioni dotate prevalentemente di seggiovie in modo da distribuire in modo ottimale gli sciatori/snowboarders , e vietare l’apertura di bar e ristoranti sulle piste. Forse anche un limite orario, del tipo sciare meno ma sciare tutti, con doppio turno mattiniero/pomeridiano , potrebbe essere un compromesso per aprire in sicurezza accettabile da tutti. Resta da vedere se ai gestori conviene, in quanto spesso uno ski-resort non campa sugli skipass staccati, ma grazie all’indotto portato, fatto ahime’ da tutte quelle attivita’ che sono per forza di cose causa di assembramenti e che per molti clienti sono piu’ “importanti” dello sciare in se (in primis penso al business degli inglesi a Sauze d’Oulx, immaginare Sauze senza gli inglesi nei pub e’ qualcosa di altamente strano) .

La situazione e’ complessa. Sara’ un inverno alternativo, molto alternativo. Vorrei solo raccomandarmi a chi, con questo “pretesto” degli impianti chiusi volesse avvicinarsi al backcountry, di farlo con il giusto spirito, rispetto e cognizione di causa. #staylocal #ridelocal .

split

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Emtb: urban “enduro” a Roma

Chi mi segue da un po’ dovrebbe conoscere la mia “allergia” alla citta’ in cui attualmente vivo, Roma. Sono qui dal 2013, e ci sono finita per tutta una serie di motivi, e se i primi anni, spinti dall’input di poter finalmente fare surf senza passare ore in macchina, erano stati tuttavia piacevoli, con il tempo e con il progressivo ri-emergere del legame con sia le mie origini alpine, sia con la mia passione per la mtb, ho iniziato a soffrire sempre di piu’ il vivere in questo posto, pianificando in ogni modo il ritorno verso nord. Il covid e il lockdown hanno pero’ congelato ogni possibile progetto di fuga, e quindi ora sono qua, in una situazione tuttavia migliore che altre, a cercare di trovare qualcosa di bello in quello che ho attorno.

Il lockdown, la chiusura delle palestre e lo stop agli sport di squadra, sommato all’incentivo del “bonus bici”, ha portato sui trail un numero inimmaginabile di nuovi bikers, spinti anche dal fatto che l’ebike – a patto di avere il budget per permettersela – permette anche a chi non e’ allenato di divertirsi. Questo ha causato un qualcosa che non avrei mai immaginato, un “sovraffollamento” di posti come Formello, che con il suo “bike park” a misura di elettrico attira ogni weekend (e non solo … ) numerosi appassionati. Sapete bene che non amo la folla, e che con l’aria che tira di questi tempi e’ meglio evitare luoghi ad alta frequentazione, quindi serviva un idea alternativa per il sabato, preferibilmente non fangosa viste le abbondanti pioggie del giorno precedente.

La settimana precedente avevo girato a Formello con Renato, amico surfista e ebiker , che mi aveva proposto un giro per Roma, esplorando alcuni parchi della Capitale, in particolare Monte Mario. Effettivamente avevo sentito parlare di questo fantomatico Monte Mario da parecchi biker , che riferivano esistere veri e propri trail all’interno di questo parco urbano. A dire il vero, avevo gia’ tentato un sopralluogo con la stumpjumper, che non porto’ a risultati in quanto le salite non erano cosa fattibile per me senza motore. Vediamo dunque se con l’ebike qualcosa cambia.

Incontro Renato a San Giovanni, zona dove lui risiede. Da qua inizia il nostro giro, cercando il piu’ possibile di evitare il traffico. Il primo “stop esplorativo” e’ a Villa Ada. Anche questo parco, purtroppo parecchio frequentato, offre alcuni singletrack carini, immersi nella vegetazione, in un contesto difficilmente immaginabile nel centro di una grande metropoli.

Proseguiamo percorrendo la ciclabile del lungo Tevere, fino a Ponte Milvio. Da qua finalmente arriviamo all’ingresso del parco di Monte Mario. C’e’ subito da salire su pendenze non indifferenti, per raggiungere un primo punto panoramico dove la vista spazia dal sottostante Stadio Olimpico a tutta la capitale. La giornata limpida permette una vista fino sugli Appennini e di scorgere in lontananza addirittura il Terminillo.

A seguire, un primo breve singletrack, per poi risalire ancora, per un sentiero che inizia a diventare tecnico in salita e mi obbliga a scendere un paio di volte. Invertiamo la rotta una volta giunti ad un’altro belvedere. Finalmente si scende, prima a ritroso lungo la linea di salita facendo qualche variante, che risulta molto piu’ divertente per me in discesa che non a salire.

Risaliti ancora una volta sulla prima collinetta sempre percorrendo la strada a ritroso, imbocchiamo l’ultimo singletrack che ci riportera’ sull’asfalto.

Da qua, il rientro e’ praticamente tutto lungo la ciclabile, con qualche stop e deviazione per ammirare monumenti che non han bisogno di presentazione.

Per concludere, un giro diverso per i miei standard, alla scoperta di luoghi di difficile immaginazione all’interno di una grande citta’. Monte Mario sicuramente da approfondire, peccato che si trovi in una zona molto distante da dove vivo, e che quindi mi risulti “sconveniente” rispetto ad altri posti gia’ piu’ collinari come Formello o i Castelli Romani. Resta un ottima risorsa per chi abita in zona, e nel malaugurato caso di chiusura dei confini comunali sara’ sicuramente una delle poche opzioni praticabili .


La bicicletta ci salvera’

La bicicletta ci salvera’ … o forse no ?

Lasciata alle spalle l’estate, sono purtroppo ripresi a salire i “numeri” relativi ai positivi al covid. Uso il termine positivi, e non “contagiati” o “infetti” in quanto credo sia piu’ corretto parlare di positivita’ ad un test, il che non implica che questi soggetti per forza poi sviluppino la patologia in forma sintomatica.
Si e’ fatto un gran parlare di trasporto individuale e bonus bici (che chissa’ che fine fara’).
Adesso c’e’ lo spettro di un nuovo lockdown che incombe. La mia speranza e’ che dopo tutto questo gran parlare, la bicicletta e i suoi effetti benefici non vengano dimenticati.
Quando il tempo e gli orari me lo permettono, sto usando l’ebike anche per andare a lavorare. Non posso farlo quando chiudo con il buio, perche’ purtroppo ho da fare un pezzettino, anche se corto, di una strada che reputo molto pericolosa gia’ di giorno. Mi rendo pero’ conto che, siamo ben lontani da essere in un mondo che permetta una reale sostituzione della macchina o di un altro mezzo a motore. Al lavoro sono riuscita a “negoziare” un parcheggio per l’ebike all’interno di uno stanzino inutilizzato attualmente in ristrutturazione, ma non e’ detto che questa situazione possa venire accettata per sempre, in quanto e’ in progetto di adibire tale stanza ad altro utilizzo.
Non parliamo poi del fatto che, se rientrando verso casa volessi fermarmi a fare la spesa, questo diventa pressoche’ impossibile, un rischio che non vale la pena di correre, in quanto incatenare in modo idoneo e sicuro un ebike non e’ ne semplice ne comodo, e il rischio anche solo di ritrovarla senza ruota anteriore e’ concreto.
Come si puo’ parlare di bicicletta, elettrica o meno, come alternativa ad altri mezzi ed in particolare ai mezzi pubblici, che in questo difficile periodo andrebbero riservati a chi non ha proprio alternative, se non esistono le infrastrutture per usarle in modo sicuro?
Si parla del problema del trasporto x le scuole superiori. Se anche solo la meta’ degli studenti iniziasse ad andare a scuola in bici, se gli istituti scolastici facessero qualcosa in merito in termini di sensibilizzazione, si riuscirebbe a limitare almeno in parte il carico sui mezzi pubblici, e, ad avvicinare le nuove generazioni ad uno stile di vita piu’ sano e sostenibile. Ma la vedo dura. Tanto fumo e niente arrosto. Se qualcuno prendera’ il bonus bici, ammesso e non concesso che arrivi, per molti sara’ – o e’ gia’ stato visto che e’ retroattivo – il pretesto per avvicinarsi a questo sport o per rinnovare il proprio mezzo, piuttosto che l’acquisto di un ebike ad uso commuting.
Ci sara’ sicuramente chi sul discorso ebike per adolescenti andra’ a puntare il ditino sul costo di questi mezzi. E non avrebbe tutti i torti, in quanto un ebike vera, con motore centrale e non al mozzo, ha dei costi dai 2000 euro a salire per una front. Parlo di mezzi affidabili e non di “cinesate” la cui manutenzione puo’ diventare problematica. Quindi l’incentivo del “bonus bici” risulterebbe piuttosto limitato, e, forse andrebbero pensate altre formule (magari un noleggio a lungo termine agevolato, con possibilta’ di riscatto, o una maggiore diffusione di servizi in sharing free floating)

Ma manca, di base, un concetto di “sicurezza” a 360 per quel che concerne la mobilita’ sostenibile, che e’ lontano anni luce dal poter essere realizzato.

Un ultima ma non meno importante osservazione riguarda le nuove restrizioni in arrivo: si e’ puntato il dito contro le palestre e i bar/pub. Per quel che concerne le prime, anche se sono una persona che detesta tutto quello che e’ indoor, riconosco che per molti e’ l’unico (triste) sistema per praticare attivita’ sportiva. Le palestre hanno molta possibilita’ di controllo degli accessi, di monitoring degli iscritti e delle entrate/uscite, quindi l’eventuale contact tracing in caso di positivita’ sarebbe sicuramente piu’ gestibile che non per altri tipi di attivita’.
Non leviamo lo sport. Ne va del benessere psicologico di tante persone. Pare che l’unica malattia esistente ormai sia questo covid, mentre tutte le patologie cardiovscolari, spesso legate all’inattivita’ sono come magicamente scomparse.

Le chiusure dei bar e i limiti alla cosiddetta “movida” … beh la mia “vita sociale” di quel tipo e’ pari a zero, non e’ un problema che mi riguarda, se non per una questione di “solidarieta'” essendo un’autonoma nei confronti di chi ha un’attivita’ di quel tipo e ha puntato il suo business sulla fascia dell’happy hour.
Non sono un’addetta ai lavori, e non ci capisco un granche’ di questo virus. Faccio x fortuna una vita abbastanza solitaria,se corro rischi li corro sul lavoro (dove comunque siamo protetti a dovere), evito di incontrare persone al chiuso, e anche in bici prediligo le uscite in solitaria o con pochi amici mantenendo le giuste distanze. Non ho paura del virus in se, ma di quello che implicherebbe una quarantena, sia in termini di mancato introito che di problemi logistici e psicologici, vivendo appunto da sola senza familiari vicino.

Non so se tra chi mi legge ci sono persone che si sentono “danneggiate” o limitate dalle nuove restrizioni. Forse si, forse no. In ogni caso credo che ora come ora, per evitare di farne le spese tutti, si tratti di tenere duro, di trovare nuovi modi e spazi per divertirsi (magari e’ la volta che qualcuno si avvicina a qualche attivita’ all’aria aperta, sicuramente piu’ salutare di una sbronza…) , nella speranza che comunque venga data qualche forma di sostegno a chi ha investito in attivita’ al momento danneggiate da questa brutta situazione.

Basterbbbe un po’ piu’ buon senso, e un po’ meno cattiveria, per cercare di sopravvivere responsabilmente a questa brutta situazione, che viene sicuramente esasperata con terrorismo psicologico mediatico esagerato, ma che non deve essere sottovalutata, anche solo nel semplice rispetto di chi non puo’ assolutamente permettersi un altro lockdown o un periodo di quarantena.

Chissa’ se la bicicletta ci salvera’ … per davvero ?


Nuria Elettrico

Il Nuria, in zona Antrodoco (RT) , e’ tra i trail secondo me piu’ belli del centro Italia. Gia’ percorso piu’ volte con la Specy, finalmente il meteo ha permesso di arrivarci in ebike. La salita ovviamente diventa una passeggiata di salute, e la bella giornata ha regalato qualche bello scorcio tipico di queste zone.

La fortuna ha voluto un incontro con un simpatico gruppetto “misto” di ebiker e pedalatori allenati, con cui condividere il giro. E per una volta quindi, sono io a comparire in video, e non a riprendere con la action cam: eccovi dunque una buona video-sintesi della discesa dal Rifugio Antrodoco fino a Borgo Velino.

Considerato che la sottoscritta viene da un periodo di recupero di un infortunio , posso dire che il terreno, a tratti viscido e morbido, non e’ stato d’aiuto in alcune parti, e che purtroppo stavolta la parte finale nota come San Francesco non e’ stata apprezzabile come nelle precedenti uscite. Resta comunque sempre un gran bel trail, lungo e vario, dove potersi concentrare a dovere sulla guida dell’ebike, sopratutto nei frequenti cambi di direzione, skill che ancora non gestisco a dovere sul nuovo mezzo.
Per dovere di cronaca, ecco anche il video integrale di tutta la discesa, in cui si vede il local Enrico in azione.

Visto che l’ebike lo permette e che c’era ancora tempo e batteria, la sottoscritta e Claudio (l’autore del video di cui sopra, all’inseguimento di Enrico) abbiamo pensato di risalire ancora sul versante opposto, e farci l’ultima parte di Zi Chiccu. Anche qua la biciona si e’ ben difesa, eccezion fatta per le strette e impegnative S, che mi misero in crisi anche con la stumpjumper.

In totale, 1400 d+ circa su 30 km in ottima compagnia. Come sempre un grande ringraziamento al local Enrico per lo splendido lavoro sui trail.

Traccia compresa di fine Zi Chiccu

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E-MTB Promontorio di Piombino

A meta’ strada tra Roma e la Liguria, il promontorio di Piombino presenta un area trail molto interessante, sopratutto per elettrici. Infatti il dislivello e’ molto limitato (poco piu’ di 200 mt il punto piu’ alto), e questo implica discese mediamente brevi e salite altrettanto brevi ma spesso ripide e su singletrack. Un posto dove, sapendolo prima, senza motore non ci avrei mai messo piede, pena il passare gran parte del tempo a spingere la bici.

L’occasione di visitare questo posto e’ giunta grazie al mio ennesimo transfer Roma-Rapallo, e la posizione strategica piu’ il contatto con un local mi han permesso di passare un pomeriggio su questi trail.

Il terreno ricorda molto quello di Punta Ala, e malgrado la quota pari a zero la temperatura e’ rimasta accettabile, quasi fresca lato mare e all’ombra, permettendo di percorrere un bell’intrico di trail. Eh si, perche’ questo promontorio e’ veramente pieno di sentieri, non e’ semplicissimo orientarsi e senza un qualcuno che lo conosce si rischia di passare il tempo a guardare il gps, visto che i percorsi non sono mai troppo lunghi.

Si parte con il trail fonte alloro, molto facile e scorrevole, che poi rilancia in salita nella seconda parte. A seguire “Due Mari”,stretto e lento ma mai ripido, il cui nome deriva dal fatto che il mare si riesce a vedere da entrambi i versanti. Con un breve tratto di asfalto arriviamo al sito archeologico e medievale di Populonia.

piombino populonia

Da qui tagliamo un po’ di asfalto con il trail Romanella, breve ma poco piu’ impegnativo dei precedenti, arrivando verso il golfo di Baratti (noto spot per surf e windsurf). Risaliamo verso la cresta dall’altro versante, ripercorriamo ancora una seconda volta Fonte Alloro, per poi andare a prendere l’ultimo trail del giro, nonche’ il piu’ bello: Conventaccio. Questo sentiero scende lato mare, con una parte incanalata molto flow, veloce e divertente. Seguono alcuni rilanci, fino ad arrivare sul panoramico mezzacosta Cavalleggeri, dove non c’e’ piu’ niente di tecnico solo un bellissimo panorama con vista sull’Elba da ammirare.

piombino mtb

(video – toboga e cavalleggeri)

In conclusione, un giro interessante, molto adatto all’ebike, ma , secondo me poco apprezzabile senza motore a meno di non aver un ottima gamba. Lo definirei piu’ un giro “xce”, xc elettrico, per il tipo di trail affrontati. Su trailforks ci sono anche delle “nere”, che non ho percorso. Vedremo se ci sara’ occasione di tornarci e approfondire.

(traccia gps gpx)

https://it.wikiloc.com/percorsi-bici-elettrica/piombino-emtb-56931649


Freeride.

Freeride

Solo chi la ha vissuto, chi lo ha visto nascere, chi ci si identificia dall’inizio puo’ comprendere il significato totale di questo termine.

Credo di avere alle spalle circa .. piu’ di 25 anni di freeride. Con pause, alti bassi, allontanamenti, ma lo spirito nasce da li e li resta.

Ed e proprio stato l’andere via, il tentare qualcosa di diverso, l’allontanarsi da quella filosofia che alla fine mi ci ha ricondotto.

La bici, e ancora di piu’ l’ebike, assieme allo snowboard e sopratutto alla splitboard, mi han fatto trarre una conclusione pesante, ma reale.

Surfing is not freeride. Freeriders don’t surf.

Forse questa affermazione verra’ non condivisa e criticata da alcuni, e verra’ invece compresa da altri.

Per dare un senso compiuto al mio ragionamento, cerchiamo di capire cos’e’ il freeride dalle origini, nelle sue due grosse branche, quella invernale legata allo snowboard (e/o allo sci negli anni successivi, o meglio freeski) e quella legata alla mtb.

Wikipedia recita:

Il freeride, letteralmente guidare liberi, è la pratica ludica e soft degli sport di natura. Riguarda principalmente gli sport di movimento, dei quali sottolinea il contatto con la natura, gli spazi ampi e liberi, il divertimento, in alcuni casi l’importanza del gruppo, rendendo secondario l’aspetto agonistico e competitivo.

Se nello snowboard (e/o nello sci) questa definizione si traduce perfettamente nell’andare fuoripista, con o senza impianti, sempre alla ricerca di nuove linee e pendii da tracciare, nella MTB ha preso in passato alcune connotazioni tali da farla trasformare in una disciplina ben precisa, in cui viene valutato lo “stile” di una determinata discesa su un mix di terreno naturale e strutture costruite, allontanandosi in realta’ da quello che e’ il “freeride” dei comuni mortali, e lasciando spazio ad altre definizioni, tipo “all mountain” e “enduro” – quest’ultimo agli albori – parlo di meta’ anni 2000 quando veniva chiamato anche “Freeride pedalato”, e forse proprio questo freeride pedalato, andato a finire nel dimenticatoio, rappresenta quello che io e molti altri facciamo con la ebike: pedalarsi (aiutati) le risalite per godersi discese sfidanti e divertenti, e magari cercarne sempre di nuove. Un po’ proprio come d’inverno con la tavola o gli sci, quando si inizia ad uscire “fuori dal preparato”.

Questo per me e’ il significato di freeride: “fuori dal preparato, costruito”.

Spesso si cerca il legame tra snowboard e surf. Anche io del resto al surf ci sono arrivata dallo snowboard, perche’ volevo “capire dove tutto era iniziato”.
Una sorta di ricerca personale nel mondo dei boardsports, nel loro passato.
E posso reputarmi fortunata, per due motivi. Per una volta, l’essere “vecchi” e’ un bene, e sono felice di aver vissuto gli anni 90 e il primo decennio degli anni 2000.

Ci sono ancora alcune esperienze che mi mancano e che non so se riusciro’ a fare prima di morire, ma in snowboard posso dire di aver fatto tanto, ho lasciato il mio segno a la Grave e ho surfato powder a luglio a les2alpes. Ho tracciato sul ban per prima tante volte, ho trovato powder in momenti in cui non ci credevo piu’, ho visto la morte in diretta un paio di volte ma sono ancora qua.
Ho ancora un sogno nel cassetto, quello almeno 1 volta nella vita di volare. (helisnow).

bc rep
linee sul Fournier nella prima meta’ del 2000. Immagine di repertorio.
il saltare in snow e’ quel che mi ha portato a saltare anche in bici

Ma non era abbastanza. Un qualcosa mi aveva richiamato alla ricerca delle origni degli sport di scivolamento. Da windsurfista fallita per tutta una serie di ragioni, un qualche legame con l’elemento liquido comunque lo ho sempre avuto, anche se sono cresciuta tra i monti. Cosi’ alla gia’ veneranda eta’ di 30 anni ho imparato a fare surf, e questo ha condizionato un po’ troppo la mia vita con il senno di poi.

Surf ma non solo. Una svolta epocola nella mia vita a 360 che parte dagli occhi e passa per il lavoro arrivando appunto al surf mi ha portato a “rotolare verso sud” e iniziare una “ricerca di un qualcosa che forse non c’e'”.

Dal 2013 sono ufficialmente piu’ o meno fissa nella Capitale, e dopo i primi anni di entusiasmo (oltre che aver imparato a fare surf ho anche imparato a costurire tavole da surf, cosa che mi piacerebbe riprendere a fare, molto piu’ del surf in se) da qualche tempo a questa parte, grazie fondamentalmente alla bici, ho ripreso coscienza di quello di cui mi stavo privando:

l’ebike permette accesso a tanto “freeride” …
cambia il mezzo, ma non il concetto … off the ground …

IL FREERIDE

Il surf non e’ freeride. Forse ne condivide il “feeling” ma non lo spirito in se. Purtroppo ci sono voluti secoli perche’ mi entrasse in testa. O almeno, non lo puo’ essere x un comune mortale. E con l’affollamento degli spot non si puo’ assolutamente applicare una “pratica ludica e soft” al surf, e alle sue regole non scritte.
Ecco parliamo di REGOLE. Una caratteristica di tutto quello che e’ freeride e’ proprio l’assenza di regole precise, tranne che quelle che detta Madre Natura.
Non ci sono regole dettate dall’uomo se sto scendendo da un pendio innevato, le uniche regole sono quelle relative a pendenza, esposizione, tipo di stratificazione della neve. Le regole che devo conoscere per sapere dove andare. Tutto qui. Non ci sono precedenze. NO PRIORITY, questo e’ il freeride.

L’unica affinita’ che tiene e’ quella relativa alla ricerca della perfezione, perfezione che ha un valore del tutto personale. La linea in neve fresca perfetta, il trail perfetto, l’onda perfetta sono tutti valori soggettivi che possono cambiare in ogni rider.

Ultimo e non meno importante, si puo’ cercare di rinngeare le proprie origini, si puo’ cercare di sotterrarle, ma se si scopre poi che il “nuovo mondo” non ci appartiene non c’e’ verso.
Prima o poi le origini ricompariranno, e la voglia di ricominciare da “dove tutto e’ iniziato” sara’ piu’ forte che mai.

Non escludo comunque il dare qualche chance ancora all’h2o , ma con qualcosa di diverso che meglio rispecchi questo spirito …

NB: per chi non ha esperienze surfistiche, potrebbe essere un po’ complicato capire il senso di quest’articolo. Ad oggi inoltre i media offrono un immagine sempre piu’ deviata, distorta e surreale di quello che e’ il surf da onda. In Italia, il surf da onda, significa avere molta pazienza per poi essere al posto giusto nel momento giusto. Significa pero’ poi dover “lottare” assieme ad altri surfisti assatanati per avere i propri 10 -15 secondi di godimento assoluto. Questo perche’ la regola non scritta impone 1 surfista 1 onda, ma e’ giusto che sia cosi’ per poter fare curve e manovre in liberta’. Ma il surf non e’ democratico, vige la legge del piu’ forte, del local, del piu’ bravo, ecc ecc. Salvo rare eccezioni in alcuni spot che non lavorano spesso c’e’ da discutere, e per evitare incidenti sia fisici che diplomatici io preferisco evitare queste situazioni. E’ come se in un bikepark ci fosse un unico trail, adatto sia a pro che a principianti, senza possibilita’ di sorpasso, e i pro girassero ad oltranza a trenino su questo trail, impedendo di fatto ai principianti di provarlo. E’ un paragone un po’ forzato ma e’ l’unico che mi viene in mente.


eMTB: Valle Stretta – lago Thures – Nevache

Valle Stretta – Lago Thures – Nevache 2020

L’avere un ebike implica una nuova prospettiva e un nuovo approccio alla salita. Sopratutto se trattasi di salita tecnica, da farsi quasi totalmente a spinta in caso di bici senza motore.
La salita in questione e’ quella del giro della traversata Valle Stretta Nevache via colle di Thures, gia’ affrontata un paio d’anni fa con la Specy. Parliamo di una tratta da circa 450 d+
che si sviluppano in circa 3km, con una pendenza media del 13% e punte fino al 24%, tutta su singletrack non propriamente definibile “uphill flow”. Parliamo di un sentiero non eccessivamente stretto,
ma spesso tortuoso, cosparso di radici fisse e con stretti tornanti in salita. e sopratutto, super frequentato da pedoni.
Ovviamente l’obiettivo era di farne il piu’ possibile in sella. Impresa tutt’altro che semplice, non tanto per le pendenze, tutte a portata di ebike, ma per la relativa esposizione di alcuni tratti e la presenza, come anticipato, di ogni tipo di ostacoli fissi, che ancora non sono capace a superare. Aggiungiamoci il fatto di dover convivere con i pedoni, che non sono assolutamente abituati a vedere una biciclettona a motore che si inerpica per i sentieri, e che sono completamente incapaci di spostarsi in maniera sicura, sia per loro incolumita’ che per quella di chi sale in bici.
Sottolineo che l’itinerario in questione, al confine tra Italia e Francia, e’ inventariato VTT FFC (Federazione Francese Ciclistica) e ne e’ segnalato l’uso promiscuo.
In ogni caso, sono riuscita a pedalare gran parte dei traversi, salendo la tratta incriminata in 43 minuti, contro 1h15 di quel che ci si mette spingendo a piedi una bici muscolare.
Rimane un bel risparmio di tempo, di energia non saprei, in quanto i fuori soglia si sprecaano, sia nelle tratte pedalate che nel superamento in walk delle radici + grosse.

In cima pero’ lo spettacolo e’ sempre degno della salita, sia essa stata compiuta piu’ o meno in sella o a piedi.

lago thures

Il giro prosegue prima per l’ampia prateria per facile singletrack, fino ad imboccare la discesa che ci portera’ a Nevache sul versante Francese. Questa, da me soprannominata “Beethoven” per il fatto che la prima volta che la ho fatta ero inseguita dal maltempo, che rendeva ancora piu’ inquietante l’attacco del trail, e ben si sposava con le note della 5a sinfonia come sountrack.
Stavolta pero’ il meteo ci aiuta, il panorama e’ un po’ meno cupo, ma altrettanto spettacolare. La prima sezione esposta del “Beethoven Trail” e’ sempre da affrontare con cautela, e l’attenzione va mantenuta comunque alta per tutto il serpentone a tornanti discendente, sia per il fondo smosso e a tratti cosparso di pietre fisse e radici, sia per la possibile presenza pedonale in direzione opposta anche su questa linea. Resta sempre un bel trail, un enduro naturale che richede una discreta concentrazione e scelta delle linee.

Arrivati a Nevache, si risale per 2km di asfalto scorrevole fino al Colle della Scala. Scollinato verso l’Italia, al secondo tornante della discesa imbocchiamo un trail che 2 anni fa era ostruito da una frana. Stavolta e’ percorribile, anche qua con cautela: e’ un mezzacosta a tratti molto esposto, fortunatamente poco frequentato. Per sicurezza preferisco passare a piedi i punti piu’ critici. Superata la fase piu’ rocciosa e ricca di sfasciumi, un singletrack senza difficolta’ ci riporta alla strada di Valle Stretta.

Visto che abbiamo il motore, risaliamo ancora una volta gli ultimi 2 tornanti su asfalto per goderci il trail finale, sulla sinistra orografica della valle. Noto anche come “sentiero Lucianina”, questo singletrack presenta molti rilanci e saliscendi, molto divertenti con un ebike, abbinati a parti piu’ guidate con qualche stretto tornante e curve di diverso raggio, snodandosi tra i pini e lasciando intravedere qualche scorcio panoramico sul fondovalle.
Un ottima conclusione per uno dei giri “natural enduro” secondo me piu’ interessanti dell’alta Valsusa, sia per elettrici che non.

(video)

Per concludere, un grande classico che l’ebike rende percorribile in tempi molto ragionevoli, ma che, spingismo a parte vale la pena fare anche con una bella full da trail/enduro.
1000 d+ abbondanti e 26 km, da non perdere se si passa da questa valle.

Relive e traccia:


(traccia)
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EMTB: Lago Desertes

Lago Desertes

Il giro del Lago Desertes era un altro giro che avevo individuato da un po’, purtroppo rimandato piu’ di una volta causa notizie di frane che ostruivano il percorso. Nei giorni scorsi pero’ noto su un gruppo relativo alla Valsusa un post di un biker che ha effettuato il giro. Chiedo lumi e mi viene confermata la ciclabilita’ della tratta e l’assenza di frane …

Vediamo pero’ in concreto come sono andate le cose.

La prima parte del giro e’ in comune all’ormai noto percorso dei Tornantini di Millaures, ma stavolta anziche’ scendere proseguiamo nella conca, salendo ancora un pelo, e trovandoci davanti ad una prima, spettacolare discesa di 4 traversi con rispettivi tornantini, mai ripida ma su fondo breccioloso e un pelo esposta. Il panorama e’ spettacolare, circondati ovunque da cime appuntite dall’aspetto quasi dolomitico.

desert guglie

Attraversata una piccola frana, si capisce chiaramente dov’e’ il nostro punto d’arrivo: il lago Desertes si trova al di sopra di una specie di collinotto, ma per arrivarci tocca risalire di circa 100d+. Il sentiero resta pedalabile per poco, e alcuni stretti tornanti in salita in contropendenza mi obbligano a scendere e a fare qualche tratto in walk … tratti in walk che diventano sempre piu’ impegnativi, incontrando prima un passaggio gradonato su radici, e poi una canalina che piu’ che una canalina pare una trincea. E qua le cose diventano molto complesse: io e l’ebike assieme nella voragine non ci stiamo. O ci sta lei o ci sto io. L’unico sistema e’, con molta fatica, spingerla dal sellino (senza poter contare sull’assistenza ovviamente) e/o tirarla dal manubrio girandoci attorno. Cosi’ un po’ spingendo, un po’ tirando, un po’ usando il walk stando a cavalcioni delle trincea e avanzando in ginocchio, riesco, molto faticosamente ad uscirne.
Ancora un po’ di walk e ci siamo. Un gruppo di mucche mi accoglie al lago Desertes, che piu’ che un lago e’ una pozza, o meglio una vasca da bagno per vacche, e finalmente prendo fiato e mi guardo in giro. Il posto, lago insignificante a parte, e’ pazzesco, vette appuntite di ogni forma mi circondano, e poco piu’ avanti troneggia imponente l’onnipresente Chaberthon.

Lasciato alle spalle il “lago presunto tale“, inizio la discesa: un classico flow trail naturale che attraversa le praterie, senza niente di difficile e un paesaggio maestoso a fare da sfondo.
Avvistati i primi alberi, il sentiero si perde, e non e’ facile ritrovarlo senza l’uso del GPS. Bisogna seguire letteralmente la traccia, piegando a destra e attraversando una zona un po’ rovinata dal passaggio delle mucche, per poi ritrovare il sentiero che brevemente conduce ad una fontana. Da qua si prosegue su facile classico singletrack alpino , con fondo variabile da compatto a ex mulattiera un po’ piu’ sassosa, qualche tornante ma sempre indicativamente flow senza niente di complicato, fino a sbucare nella strada dello Chaberton.

(video)

Si scende fino alla localita’ Pra Claud, caratterizzata da alcune casette recentemente ristrutturate, e da qui ci si immette sul primo singletrack di rientro, il Colletto Rosso, facente parte della “Irontibi Challenge” (l’anello creato dall’olimpionico di mtb Andrea Tiberi local di Oulx per un evento virtuale).

Il trail del Colletto Rosso e’ uno stretto mezzacosta con qualche saliscendi, esposto e panoramico ma mai difficile, che ci conduce velocemente all’omonima frazione. Anche qua troviamo un’antica grangia ben restaurata. Proseguendo, il trail sempre con qualche saliscendi tipicamente XC, stavolta nel bosco e senza punti esposti, ci conduce all’abitato di Desertes. Continuiamo a seguire le frecce rosse per un’ultima tratta che risale un po’ per poi, con una bella discesa flow che prevede anche qualche passaggio roccioso, terminare la nostra corsa alla borgata di Soubras, poco sotto Vazon. Un’ultimo tratto su sterrata larga carrabile compatta ci riporta alla macchina, in localita’ PierreMenaud da cui ho iniziato il giro.

In totale, 1100 d+ su 26 km, giro di ampio respiro adatto all’elettrica eccezion fatta per la “canalona”, probabilmente se si e’ gia’ in due si gestisce meglio il passaggio delle bici in quella trincea.
Molto divertenti i tracciati “xc” dell’irontibi, belli con l’elettrica ma sicuramente impegnativi con una full da am/enduro non motorizzata, mentre credo che, se dotati di buona tecnica il giro sia ben apprezzabile anche con un frontino. Volendo si puo’ allungare partendo da Oulx o da Beaulard, aggiungendo ancora o la discesa diretta su Oulx (o quella via Villaretto), oppure, risalendo a Vazon, proseguire con altri due segmenti della Irontibi, il mezzacosta Chateaux Vazon e il divertentissimo e veloce Bealard Superflow. In questo modo il dislivello dovrebbe diventare sui 1500.

Relive

Traccia gps gpx

https://it.wikiloc.com/percorsi-bici-elettrica/lago-desertes-elettrico-54845191


E-MTB: Malamot

EMTB : Malamot

Forte Malamot, 2914 mt slm, zona Moncenisio. Anche questo percorso era in lista da un po’, rinviato di continuo in quanto trovare condizioni meteo idonee per salire a sfiorare i 3000 richiede un po’ di fortuna. Destino vuole che la giornata di Ferragosto sia quella dal meteo piu’ propizio, e allora andiamo ad affrontare questo giretto: con l’elettrica la salita non presenta alcuna difficolta’, e in poco piu’ di 1 ora e mezza si arriva in cima partendo dalla sponda ovest del lago guadagnando 900 d+. La salita e’ piacevole, mai troppo pendente, se ne fa buona parte in eco e la ritengo in gran parte pedalabile anche senza un mezzo elettrificato, l’unica difficolta’ puo’ essere dovuta all’altitudine. In zona Moncenisio avevamo gia’ visistato un paio d’anni fa il Col Sollieres, sul versante Francese. Anche qua il paesaggio e’ quello quasi extraterrestre di questa zona, e piu’ si sale piu’ lo spettacolo si fa interessante, spaziando dalla panoramica sul lago al ghiacciaio del Giusalet.

Per arrivare in cima le uniche difficolta’ sono dovute a qualche pezzo particolarmente sassoso, non insuperabile dall’ebike, ma preferibile almeno per me l’uso del walk, onde evitare inutili danni al mezzo causa pietre mobili. Ed e’ in uno di questi passaggi che incrocio un ebiker con una Levo, che malgrado la rottura di un raggio prosegue il giro fino al forte. Oltre ai sassi, l’altra sorpresa e’ data da un nevaio sull’ultimo traverso. Anche qua il passaggio della bici non e’ stato dei piu’ intuitivi, e le five-ten si che grippano sui pedali, ma sulla neve diventano assolutamente scivolose e prive di ogni supporto.

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neve

In qualche modo comunque si passa, e si raggiunge il forte, risalente a fine 800. Da qua , oltre alla classica e onnipresente vista sul lago, ci si puo’ sporgere dal versante opposto e ammirare dall’altro il Lac Blanc e altri laghetti, a valle di quel che resta del ghiacciaio del Giusalet. Tra le rocce a picco verso i laghetti, riesco anche a scorgere e fotografare uno stambecco

A quasi 3000 metri fa freschino, quindi decido di invertire la rotta e iniziare a cercare la linea di discesa. E qua inizia il bello ….

Ripercorsi un paio di tornanti a ritroso, si lascia la strada principale, iniziando con una parte in freeride in direzione di un traliccio elettrico e poi di una cresta. Si percorre quel che resta di una strada, per poi attraversare una successione di divertentissimi rockgarden inframezzati da zone piu’ pratose, puntando ad un sentiero di cresta. Questa sezione e’ divertente e spettacolare, sembra di fare freeride sulla Luna o su di un’altro pianeta, e ci si puo’ divertire spaziando nella scelta della linea che si reputa piu’ divertente, fino a raggiungere il sentiero di cresta, dal cui attacco la vista sul lago non lascia indifferenti, ma inizia a destare qualche piccola preoccupazione.

cresta

Video della prima parte “freeride” della discesa

La traccia e’ chiara: tocca fare il sentiero di cresta. Ritrovo il biker con la Levo incontrato lungo la salita. Il sentiero di cresta, a tratti esposto su ambo i lati, e’ quasi completamente ciclabile eccezion fatta per un paio di passaggi letteralmente da “brivido”, dove occorre far passare la biciclettona a mano con la dovuta attenzione. Le parti scorrevoli pero’ sono semplici, e l’adrenalina di questi passaggi e’ unica, ma richiede la dovuta cautela. Arrivati all’apice della cresta la parete si apre un po’ a triangolo, e inizia la discesa a picco sul forte Pattecruse. La prima sezione e’ ripida e scassata, e ben presto la paura prende il sopravvento, anche perche’ gli spazi sono ancora angusti e la pendenza non indifferente. Affronto quindi una tratta a piedi, per poi rifare un pezzo in sella, fino a ritrovarmi in un traverso ripido e parzialmente esposto, pressoche’ impossibile da passare in sella per un comune mortale.
Superato quest’ultimo ostacolo, il sentiero torna guidabile anche se sempre ripido e scassato, su fondo irregolare e smosso, fino a tornare “umano” e , con due ultimi tornanti raggiungere il forte.

Video Cresta e Discesa:

Da qua ci si puo’ reputare sani e salvi, e con una semplice ma panoramica strada militare si riscende fino al punto di partenza ad altezza lago.

Concludendo: salita semplice, tranquilla, fattibile secondo me senza eccessivo sforzo anche senza ebike. Discesa da dividere in due, o meglio in tre. Prima parte, fino al sentiero di cresta, puro freeride super divertente, poi sentiero di cresta richiede attenzione e cautela nei passaggi esposti che, almeno per me, sono risultati spaventosi anche a mano. Discesa probabilmente da reinterpretare, nella prima sezione se anziche’ seguire il sentiero che e’ molto scavato si tenta una linea alternativa forse si sta anche di piu’ in sella, ma il traverso “diversamente scorrevole” e’ inevitabile. Passato quello pero’ , abbiamo un ultima sezione impegnativa ma divertente, a patto di avere un mezzo idoneo (full con una buona escursione). Il rientro poi per la militare e’ un po’ lunghetto, ma il giro vale.
Sconsigliato ai deboli di cuore e a chi soffre di vertigini. Panorami super e tanta adrenalina, raggiungibili con una salita relativamente tranquilla
.

Ringrazio il biker con la Levo che ho avuto la fortuna di incontrare per avermi atteso lungo le parti piu’ esposte 😉

Relive

Traccia (da usare a proprio rischio e pericolo !!!):

https://it.wikiloc.com/percorsi-bici-elettrica/malamot-emtb-54796838


EMTB: Traversata Colle della Rho – Colle di Valle stretta

eMTB Valsusa: dal Colle della Rho al Colle di Valle Stretta.

Ci sono dei giri “epici“, quasi irraggiungibili per il comune mortale. Questo e’ uno di quelli, uno di quei giri che avresti sempre voluto fare, ma che non avresti mai portato a termine con la giusta lucidita’ senza un ebike, rischiando di trasformare un attivita’ piacevole in una lotta alla sopravvivenza. Gia’ negli anni passati mi era balenata l’idea di affittare un ebike e azzardarlo, ma per svariati motivi (in primis quello di non trovare compagni di avventura) avevo rinunciato. Ora l’elettrica ce l’abbiamo, e il giro epico del colle della Rho era all’inizio della to-do-list estiva valsusina. Restava comunque da trovare un socio/a disposto a condividere questa lunga traversata e a mettere alla prova le doti arrampicatrici dell’ebike e l’autonomia della batteria.
Grazie a Facebook riesco a intercettare Daniele (MTB Explorer360), guida mtb e emtb local delle Rive Rosse ma che opera un po’ in tutto il NordOvest, curioso anche lui di verificare la fattibilta’ del giro con un elettrica.

Ci troviamo quindi alle 9.30 a Bardonecchia, e iniziamo la lenta salita verso il Colle della Rho. Si procede in eco fino a GrangeRho, poi le pendenze aumentano, e devo portare il mio Bosch in modalita’ Tour. Il fondo e’ mediamente buono, e senza fatica prendiamo quota, attraversando ampie praterie, fino a raggiungere la famosa galleria del colle della Rho. Il particolare passaggio e’ stato restaurato di recente, e il suo attraversamento regala un ulteriore tocco di originalita’ al giro.

Lasciato il tunnel ci troviamo nei pressi della Caserma Pian dei Morti, da qua il paesaggio diventa sempre piu’ maestoso, e con qualche sforzo in piu’ arriviamo al Colle della Rho, punto piu’ alto del giro (2540 slm) e confine tra Italia e Francia. Abbiamo tirato su gia’ 1200 d+ abbondanti, e la mia bici ha consumato due tacche di batteria.

Iniziamo quindi la prima discesa del giro, sul versante Francese. La giornata limpida e’ perfetta, e permette di godere di un ampia vista fino ai ghiacciai della Vanoise. Ma bisogna restare concentrati, in quanto il primo pezzo della discesa e’ abbastanza tecnico e prevede un fondo ampiamente breccioloso e smosso, qualche tornante stretto e passaggi su roccia mix tra fisso e smosso, per poi diventare piu’ flow nell’ultima sezione. Non mancano le sorprese, quali un nevaio ad interrompere la traccia, facilmente aggirabile.

(video)

Proseguiamo poi tenendoci a sinistra, e percorrendo uno spettacolare e panoramico flow trail a mezzacosta che attraversa siepi di rododendri (la stagione ahime’ non e’ quella giusta) dal fondo perfetto, quasi a sembrare una linea di bikepark, fino a raggiungere un avvallamento dal quale la pendenza si inverte, portandoci ad affrontare poi il pezzo piu’ arduo della giornata ovvero la salita al colle della Replanette.


La salita alla Replanette e’, teoricamente, pedalabile con ebike. Dico teoricamente perche’ le pendenze non sono fuori portata, ma il fondo e’ bruttissimo, pieno di ciotoloni, a tratti scavato, e ci costringe ben presto ad utilizzare la modalita’ walk. A tal proposito mi permetto di consigliare questo giro solo con ebike che abbiano un buon walk mode, altrimenti questa sezione rischia di diventare veramente complessa da oltrepassare.
Con molta fatica scolliniamo nuovamente: non e’ facile trovare le parole per descrivere l’immensita’ delle vette che ci circondano. Intravediamo il refuge du Thabor e il colle di Valle Stretta, nostro prossimo target prima di affrontare l’ultima discesa verso il versante Italiano. Un’altro traverso, in leggera salita sempre pedalabile ci porta al Colle: siamo circondati da cime dall’aspetto dolomitico, e vediamo gia’ il flow trail che ci aspetta in discesa attraversare ampie praterie dove le mucche al pascolo sono di casa.

Si scende, divincolandosi un po’ tra mucche e qualche pedone (siamo vicini alla frequentatissima Valle Stretta e il numero di escursionisti e’ consistente, prestare attenzione) , con prima parte molto flow naturale intervallata da passaggi su roccia fissa, poi una sezione in cui siamo costretti a scendere in quanto decisamente erosa e non ciclabile, poi , passato un torrentello, ci aspetta una zona con frequenti passaggi su roccia quasi in piano, tecnica e mentalmente impegnativa, ma ottima per sfruttare appieno le potenzialita’ del mezzo elettrico. Purtroppo ci aspetta ancora un tratto che ci obbliga a smontare dal mezzo, che attacca con un rockgarden su pietra fissa ancora quasi fattibile, poi traccia inesistente e sfasciumi di ogni genere rendono impossibile il passaggio almeno per un rider di medio livello. Ancora qualche curva, e siamo al Piano della Fonderia, al fondo della Valle Stretta.

(video)

I giochi non sono ancora chiusi pero’, e ci aspetta l’ultimo classico flow trail che discende la valle. Molto interessante la seconda parte, che non avevo mai fatto , ma che con ebike diventa davvero divertente , offrendo una sezione guidata nel bosco niente male, una gradita sorpresa a fine giro.

Con un elasped time di 6.50 h , e quasi 1600 d+ affrontati concludiamo questa splendida grande impresa elettrica.

Concludendo: un giro spaziale, con lunghe discese e/o tratti pedalabili e piacevoli sempre sopra i 2000 mt slm, eccezion fatta per l’ultima discesa di Valle Stretta tutti i sentieri sono in alta quota, girando in un contesto grandioso di alta montagna, tra sfasciumi, praterie e guglie imponenti. Anche con ebike necessita di un discreto allenamento, le salite sono sempre impegnative e chiedono lavoro al motore. Una cosa e’ certa, senza il mezzo motorizzato il giro sarebbe stato fuori portata e poco godibile. Ovvio che chi ha buona gamba e non ha problemi a spingere e/o a portarsi a spalle la bici puo’ effettuare il giro anche con una bici tradizionale muscolare.

Relive

Traccia gps gpx (da usarsi sotto la propria responsabilita’ itinerario in alta quota con copertura cellulare limitata)

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Ringrazio Daniele x aver condiviso con me questo super giro e per le foto .