A bikers’quarantine

Come sopravvivere al lockdown …..

Speravo di non arrivare mai e poi mai a scrivere questo articolo. Mai piu’ immaginavo di dover interrompere forzatamente i miei giochini per cause non legate ad un infortunio.
Il “bisogna stare a casa” per un amante dell’outdoor come me e’ davvero duro, difficile da accettare, come e’ difficile accettare che sia vietato andare per i boschi in solitaria , senza propagare contagi. Lo accetto di buon grado solo per il buon esempio, per quel che mi riguarda il discorso “se ti fai male” non sta in piedi in quanto per me vale sempre e comunque, essendo una partita iva e vivendo da sola e’ cmq x me vietato farmi male, con o senza coronavirus a peggiorare la situa.
La fortuna nella sfiga e’ che sono abituata a stare da sola, che non soffro la solitudine ma soffro la reclusione, questo si.
Soffro la mancanza di liberta’, le code al supermercato, il non poter uscire oltre l’isolato.
In ogni caso, sono impotente nei confronti di questa drammatica situazione, e la mia speranza e’ solo quella che si risolva in fretta, nella coscienza che comunque la normalita’ sara’ molto lontana, e che, nella speranza di una riapertura degli spazi verdi in tempi ragionevoli, girare in solitaria sara’ d’obbligo per un bel po’. Progetti, sogni, speranze si infrangono contro un muro purtoppo molto solido per il momento.
Il problema e’ che fermarsi e’ vietato. E’ vietato per la testa ed e’ vietato per le gambe, e, piu’ in generale per il proprio benessere psicofisico.

Come attrezzarsi dunque per limitare i danni della sedentarieta’ forzata ? Purtoppo ahime’ se il vostro sport preferito e’ la bici la risposta e’ una sola: CON I RULLI o indoor trainers.

In rete troverete un sacco di informazioni a riguardo, ma se, come me, l’argomento non vi e’ mai passato nemmeno per l’anticamera del cervello, il risultato sara’ di avere le idee molto confuse e di aver paura di comprare una cosa che non funziona e di buttare via i soldi. Facciamo subito una premessa.Se avete (come me) una sola bici, non avete problemi economici e avete una bella carta di credito senza limiti, il mio consiglio e’ di orientarvi su rulli smart a trasmissione diretta che siano compatibili con il vostro tipo di perno (di default questi oggetti nascono x le bici da corsa, quindi hanno perno QR, il vecchio quick release, e per i perni passanti necessitano di adattatori a parte …) in modo da non dover combattere contro antipatiche sostituzioni. A questo (ci vanno dai 500 euro in su circa) va sommato (se gia’ non lo avete) un pc da gaming con cui potrete divertirvi con il simulatore/videogioco zwift.

Ma non e’ il caso mio. Io se non lavoro non mangio da brava piva, quindi portete immaginarvi i limiti delle mie riserve monetarie. Ragionando e cercando, ho deciso di optare per un cosiddetto “rullo libero”, ovvero un semplice congegno meccanico composto da 3 rulli e una cinghia di trasmissione. Appoggiando la bici sul congegno e iniziando a pedalare faremo girare i rulli posteriori, che tramite cinghia attiveranno quello anteriore che a sua volta mettera’ in movimento la ruota davanti, permettendoci con un po’ di allenamento di pedalare stando in equilibrio.
Ho scelto questo attrezzo anche perche’ piu’ “tricky”, piu’ impegnativo anche per la testa e allenante per la propriorecettivita’ e quindi usabile senza annoiarsi troppo anche se non si ha un “videogame” con cui interagire.

Non e’ stato facile di questi tempi reperire l’attrezzo. Nuovi sono quasi introvabili, ma fortunatamente nei mercatini sono abbastanza diffusi in quanto vista la situazione molti appassionati sono passati ad un prodotto interattivo. Inoltre c’e’ il problema taglia: se avete una mtb recente, il carro sara’ piuttosto lungo e malgrado i produttori dichiarino la compatibilita’ con 27.5 e 29 la “probabilita'” che la vostra bici sia lunga e’ alta: infatti la mia e’ leggermente lunga e ho dovuto ingegnarmi con una “sicura” per evitare che la bici scappi avanti. Quindi prendete bene le misure della distanza tra i due mozzi, e in caso di valutazione di un usato chiedete al venditore di indicarivi la massima distanza attuabile tra rullo anteriore e il centro dei due anteriori.
Tralasciando questo piccolo ma spero utile dettaglio, veniamo alle sensazioni: non e’ semplice stare in equlibrio, serve un muretto a lato per stare tranquilli e non dovere fare operazioni strane in partenza: si parte appoggiandosi al muro, e pian piano che si capisce che rapporto tenere si mette anche la seconda mano sul manubrio e ci si impegna a stare dritti. UNa bella sfida ….

Vedremo quanto durera’ il giochino … Speriamo poco e di ritornare liberi al piu’ presto. Il mio consiglio e’, comunque, se ne avete la possibilta’, di fare anche un minimo di allenamento sulla tecnica, perlomeno con il surplace, ed eventualmente se non lo sapete fare potete dedicarvi all’apprendimento del bunnyhop, sul quale recentemente ho fatto un tutorial “poco ortodosso” ma forse per alcuni funzionale

A tutto questo si puo’ anche aggiungere qualche componete di allenamento funzionale: per quel che riguarda il corpo libero e/o semprlici attrezzi, io prediligo i workout surf oriented, utilizzando l’indoboard e a volte anche lo skateboard in maniera un po’ insolita (la pagina facebook surf training review pro puo’ essere fonte di ispirazione in tal senso).

Tornando ai rulli, faccio un ultimo appunto sulla soluzione “intermedia” che non ho citato: i rulli smart a resistenza (freno magnetico in genere): hanno un costo accessibile (se riuscite ancora a trovarli), ma implicano anche qua il discorso adattatore (se avete un unica bici) e obbligano ad utilizzare un copertone apposito: questo significa che, se avete una sola bici ripeto, non potrete piu’ usarla outdoor anche solo per esercizietti di tecnica a meno di non cambiare la gomma.

Insomma sara’ dura … Cerchiamo di tenere duro, di trovare l’ispirazione e di non arrenderci. Non e’ facile per nessuno, c’e’ chi e’ piu’ fortunato e magari ha ampi spazi privati in cui costruirisi un mini bikepark, c’e’ chi lo e’ di meno e vive in un piccolo appartamento, c’e’ chi come me sta un po’ a meta’, potendo fortunatamente disporre di un piccolo cortile privato.
Cerchiamo solo di non farci coinvolgere in sterili polemiche … e di non additare chi magari prova a fare qualche km in bici per andare a fare la spesa o al lavoro, c’e’ anche chi i rulli proprio non se li puo’ permettere o non li trova nel suo budget … Sperando ovviamente di tornare al piu’ presto sui sentieri.

Keep on moving and stay strong.

KiaZ

Snowboard: Powder sul BAN con la Dupraz D1

04-03-2020

Data da segnare sul calendario e da ricordare. Difficile esprimere a parole cosa significhi essere nel posto giusto al momento giusto.
Non succedeva da tanto tempo, credevo che un Ban cosi’ potesse restare soltanto nei ricordi di facebook.
E invece per tutta una serie di fortunate coincidenze la Powder, quella vera e’ tornata sul Ban.
Il day before avevo gia’ girato in quel di Melezet, in compagnia di mio papa’ scegliendo la groomer (k2 carveair) come tavola. Scelta rivelatasi sbagliata, in quanto la neve era tanta e molto morbida, poco assestata e tendente a rovinarsi facile anche in pista. Le poche curve fuori parlavano chiaro: naso basso, ponte rigido e una piastra di carbonio sotto i piedi non erano lo strumento idoneo per le condizioni. Non ero abituata ad avere a che fare con neve abbondante e recente.
Decido quindi di cambiare musica. In un primo momento ero orientata per la splitboard, ma l’assenza di report positivi in zona su Gulliver mi ha fatto desistere.
A questo punto restava una sola soluzione: rimontare gli attacchi sul tavolone da freeride e andare a cercare fortuna sul Ban.

Il tavolone e’ una Dupraz D1, tavola artiginalale, 5.5 piedi , tradotto in cm 167 cm. Naso largo con una punta “spaccalastre” flex medio ponte classico round tail. Raggio di curva stretta, lamina effettiva corta e ponte classico.

Piazzale Difensiva alle 9.30 e’ quasi vuoto. Si sale, destinazione Ban, il punto piu’ alto del comprensorio dello Jafferau. Una cabinovia e due seggiovie mi porteranno lassu a quota 2700′, e piu’ salgo piu’ ho capito che stavolta ho fatto la scelta giusta e che questo giorno sara’ un gran giorno. Un mercoledi’ da leoni ma sulla neve.

Sono le 10 e qualcosa e attacchiamo con la prima run. Bastano gia’ due curve sul battuto per capire che ci siamo. Poi fuori lungo una linea addocchiata dalla seggiovia. E’ la mia montagna di casa, la conosco tutta, fossi, buche e pietre incluse. Il vento ha comunque lasciato delle irregolarita’, non tutte le classiche linee del Ban sono surfabili. Ma ce le faremo bastare, anche perche’ e’ davvero libero e pulito, pochissime tracce, cosa mai vista. Saranno almeno 10 anni, ma anche di piu’ credo, che non vedevo questo spettacolo.

L’apparentemente ingombrante tavolone fa il suo dovere: senza fatica e senza richiedere pressione sul piede dietro la tavola solca la neve fresca, assecondando ogni mio desiderio di curvare con affidabilita’ e precisone. La tavola galleggia tranquillamente, regalando quel surf feeling che solo un simile mezzo puo’ dare. Il resto, sono dettagli. C’e’ spazio ovunque per lasciare la propria firma in una neve quasi perfetta.

Dopo due run con linea simile decido di piegare piu’ a destra e di allungarmi fino a Fejusia. Nel bosco la neve ha fatto piu’ cumuli e a tratti e’ davvero abbondante, ma la Dupraz non delude e grazie alla sua mole riesco a divincolarmi anche in pendii meno aperti a velocita’ ridotte. La neve comunque in alto e’ piu’ secca e leggera, quindi torniamo sul Ban e continuiamo a lasciare il segno finche’ le gambe ne hanno. Sensazioni che non provavo da tanto e che stavo dimenticando. Sensazioni che sempre piu’ vanno memorizzate, stampate nella testa e ricordate, perche’ sara’ sempre piu’ raro trovare giornate come oggi. Il clima sta cambiando e gli inverni di una volta sono sempre piu’ rari.

Stanca ma felice ritorno alla macchina: a breve si ritorna a sud, lasciandomi alle spalle le mie montagne e le mie curve.

Le origini non si cancellano. Sono troppo legata a queste montagne che sia in versione invernale che estiva han tanto da raccontare.
Ho avuto la fortuna di crescerci e di poter godere di tutto quello che hanno da offrire.
Come sempre il rientro sara’ duro … sperando prima o poi di ritrovare il mio posto in questa valle.

MTB – Lanzo Torinese

Sulla mia carta d’identita’ alla voce “luogo di nascita” c’e’ scritto Lanzo Torinese. In realta’ e’ stata piu’ una questione di casualita’ che altro, de facto non ho reali legami con quelle zone, se non un minimo di curiosita’ nei confronti di valli meno turistiche e meno conosciute. Da circa un paio d’anni o poco piu’ era comparsa su facebook una pagina di un gruppo di locals, MTBPresibene, che aveva iniziato a ripulire e a rendere fruibili alcuni sentieri in zona. A questi punti, riuscire a fare un giro su questi sentieri diventava d’obbligo. Gia’ un annetto fa avevo fatto un rapido giro sul primo trail ripristinato, Fontana d’argento, breve ma comunque interessante. Quest’anno invece, con un poco piu’ di tempo e la disponibilita’ di un contatto in zona a farmi da guida, sono riuscita a percorrere il 352, il piu’ lungo dei trail di St.Ignazio.

Cominciamo dalla salita: dopo un paio di km su asfalto cmq tranquilli, si devia in uno sterrato, che sale a tornanti senza presentare mai pendenze impegnative .. sterrato che poi diventa singletrack mantenendo cmq le stesse caratteristiche. Giunti in localita’ Tortore, sempre nei pressi del santuario di st.Ignazio proseguiamo ancora per un paio di km , prima asfaltati e poi sterrato, fino ad arrivare all’inizio del singletrack . Purtroppo la giornata non e’ delle piu’ limpide, e la foschia lascia giusto intravedere le cime innevate in lontanaza.

Il trail, lungo poco piu’ di 2 km e diviso in due parti parte con un entrata abbastanza tecnica fortunatamente dotata di chicken line. Da qua segue un mix di sezioni costruite ad altre piu’ naturali con qualche passaggio piu’ tecnico senza comunque mai diventare eccessivamente complesso o pericoloso: insomma i trailbuilder locali hanno ben interpretato il terreno, creando un percorso accessibile anche a chi e’ alle prime esperienze enduro, senza compromettere il divertimento dei piu’ esperti.

Si attraversa uno stradotto e inizia il secondo segmento, forse un pelo piu’ complesso: qua il terreno e’ piu’ compatto, ma le pendenze aumentano e ci ritroviamo ad affrontare sezioni di ripido guidato con alcune curve anche in contropendenza, non sempre intuitive… questa sezione sembra costruita “ex novo”, solo per le bici, senza fare riferimento a tracce gia’ esistenti. Un pelo impegnativa ma la pulizia delle linee e l’assenza di grossi ostacoli (eccezion fatta per una rampetta di legno) la rende comunque abbordabile. Un ultimo traverso piuttosto ripido ci riporta in prossimita’ dell’asfalto e quindi alla macchina.

Concludendo: location interessante a 40 minuti circa da Torino, di facile accesso e con ampie possibilita’ di parcheggio. Si parte da un centro abitato piuttosto simpatico e dotato di servizi , acqua lungo la strada alla Fontana d’Argento. Non conosco gli altri trail ma anche solo questo merita una discesa nel caso ci si ritrovi in zona. Complimenti ai ragazzi locali, MTB Presibene, per il lavoro svolto, sperando magari di vedere altri sentieri e altre linee. Da ripetere e approfondire.

TRACCIA GPS GPX

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MTB: Confidence level

MTB – il confidence level

Confidence level, livello di fiducia, In realta’ e’ un termine che viene dalla statistica ed e’ un indice della significativita’ statistica di dati raccolti per un esperimento o quant’altro, e quindi dell’attendibiltia’ di quel che e’ stato analizzato.
Mi piace applicare questo termine alla mtb, in particolare alla guida sui passaggi tecnici, immaginandolo come un vero e prorio parametro che indica la capacita’ di ottenere un certo risultato in una determinata circostanza, sia essa il superamento di un rockgarden, di un ripidone, di un salto, o anche il miglioramento di un tempo in discesa su un determinato segmento.

Normalmente associo il confidence level a tutte quelle azioni che, in qualche modo richiedano di correre dei rischi, e alla conseguente capacita’ di rendere il rischio “controllato”.

Non e’ solo fiducia in se stessi, ma fiducia nel mezzo e nel suo setup: sospensioni, freni e gomme.

Ci sono giornate NO, in cui questo confidence level non sale, non esiste: la paura la fa da padrona e la fiducia scende.
Ci sono invece giornate SI, (bike-positive), in cui sembra che il feeling con il mezzo e con le proprie skill sia pressoche’ perfetto e ogni passaggio diventa semplice.

Vediamo cosa, nel mio caso, influenza questa interessante variabile, sia in positivo che in negativo.

 nemi rocks
Il rockgarden di Nemi, mi ci e’ voluto tempo per chiuderlo correttamente …

Elementi positivi ;

1) La compagnia giusta: non c’e’ santo. Quando sono con qualcuno piu’ bravo/a di me e che comunque abbia la pazienza di darmi qualche indicazione per i passaggi piu’ complessi mi gaso e mi butto.
In genere funziona bene anche con pari-livello con cui ci si riesce a motivare a vicenda.

2) Freni che fanno quello che devono: elemento che forse alcuni sottovalutano, ma il poter contare su un impianto frenante che fa il suo dovere e rispecchia il nostro stile di guida e di frenata puo’ fare molto la differenza, sopratutto nel “ripido guidato”. Nel momento in cui sappiamo di poter andare piano piano senza bloccare le ruote la sicurezza su questo tipo di tracciati aumenta.

3) Gomme in buono stato e preferibilmente adatte al tipo di terreno. Puo’ sembrare una cosa stupida ma fa tanto ….

4) Progressione positiva: se abbiamo fatto “bene” nell’uscita precedente, siamo piu’ tranquilli e sicuri di fare altrettanto. Al contrario reagire ad un momento “no” non e’ sempre facile.

5) Protezioni: si ma non troppo. Ho notato che a volte faccio meglio quando sono piu’ leggera (caschetto aperto e solo ginocchiere o max gomitiere) di quando mi imbottisco come un palloncino. A volte quando sono eccessivamente imbottita ragiono sul “tanto ci sono le protezioni”, e mi deconcentro facendo errori anche banali. Sono dell’idea che le protezioni siano utili sopratutto se si fanno giri meccanizzati con discese ripetute piu’ volte, caso in cui e’ piu’ facile cadere nell’errore da stanchezza e quindi nella caduta stupida. Ovvio che se so a priori che il giro ha molti passaggi rocciosi, la mentoniera per trasformare il caschetto in integrale diventa obbligatoria.

6) Luminosita’ e sensibilita’ al contrasto: riguarda sopratutto chi ha problemi di vista (come me). Ho notato che, in caso di ambienti con passaggi luce-ombra estremi, o boschi fitti in cui specie in assenza di sole la luminosita’ e’ scarsa, la mia ficudia cala. Non ho ancora una ricetta per questa problematica e credo che non la avro’ mai, al momento l’unico aiuto viene da occhiale o mascherina a lente bianca. Non c’e’ santo. La vista in bici e’ fondamentale, e se “vedo” il terreno ho piu’ fiducia nelle mie capacita’ di assecondarlo.

nemi rocks
Un passaggio su roccia alla Faggeta di Soriano nel Cimino. Malgrado fosse il primo tentativo era una giornata “bike positive” 😉

Elementi negativi:

1) Compagnia sbagliata: si dice meglio soli che mal accompagnati ed e’ cosi’. Nei limiti del controllabile, a volte alzo piu’ l’asticella da sola piuttosto che in gruppi in cui non riesco ad avere il giusto feeling, o in casi in cui il mio “provare un passaggio” possa diventare una poco gradita perdita di tempo per gli altri partecipanti.

2) Problemi meccanici di ogni genere o usura dei componenti. Parliamo sopratutto di freni e gomme … se non ci danno il giusto feeling sara’ piu’ complicato sentirsi sicuri

3) Progressione negativa: uscita precedene andata male … e’ dura reagire per trovare il giusto mood.

4) Cadute o infortuni. Riprendersi dopo un botto o un piccolo infortunio non e’ mai semplice e ci si sente subito piu’ vunerabili. Bisogna andare per gradi e piano piano ripartire da dove si era rimasti. Per ripartire valgono tutte le regole di cui sopra … Non e’ facile ma se troviamo la fiducia nei nostri mezzi e skill torneremo meglio di prima.

5) Condizioni meteo avverse: un passaggio facile sull’asciutto sul bagnato puo’ trasformarsi in un inferno. C’e’ stato un periodo in cui avevo una paura tremenda del bagnato proprio perche’ mi ci sono fatta male. E’ un discorso comunque superabile, e imparare a destreggiarsi un minimo nel bagnato portera’ ad un grosso aumento di fiducia sull’asciutto.

6) Guasti meccanici e “paura di rompere questo o quest’altro”. A volte mi e’ capitato di evitare un passaggio per paura di rompere non solo me, ma anche la bici. Anzi a volte ho piu’ paura per la bici che non per me stessa.

Uno dei tanti roccioni del st.Anna a Sestri Levante

 

 
 
 
 
 
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One nice Rocky line on #sestrilevante #trails #mtb #enduromtb #freeridemtb #mtbenduro #mountainbike #liguria #lovetherocks #lovemybike #not4normals #bicionaverdina #iamspecialized #stumpjumper

Un post condiviso da KiaZ Chiara (@kiazsurfbike) in data:

Un passaggetto tecnico al Circeo

cori jumpUn salto sui trail di Cori … anche questo chiuso “blind” senza esitazioni …

Questo e’ un po’ quel che influenza il mio riding … ci sono alcune situazioni pero’, apparentemente negative, che possono trasformarsi in un futuro aumento del confidence level: ad esempio il bagnato, elemento che fino a qualche giorno fa proprio non riuscivo a digerire, diventando completamente impedita. Ultimamente sono stata costretta a conviverci, e su percorsi semplici sono riuscita a fare notevoli progressi … progressi che ho poi ritrovato sull’asciutto, sentendomi piu’ sicura in molte circostanze.
La MTB e’ una continua sfida e un continuo apprendere e aumentare o consolidare la fiducia in se stessi e nelle skill acquisite. I mezzi attuali aiutano tanto e permettono di andare in tratti dove un tempo dovevi essere mago del trial per passarci. Ma alla base di tutto c’e’ un buon background tecnico e capacita’ di controllo e gestione delle proprie paure e dei propri limiti. E per concludere, ricordatevi che e’ sempre meglio rinunciare ad un certo passaggio che correre rischi inutili, sopratutto se in solitaria. In mtb il “forse” non esiste. O sei sicuro di poter passare (ovvio che la variabile caduta poi si instaura) oppure meglio scendere ….

E voi che feeling avete con i passaggi tecnici in mtb ?

Donne e MTB

In questo periodo, un po’ per il meteo un po’ per l’influenza, non ho avuto chissa’ quale opportunita’ di fare giri nuovi. Cerchero’ quindi di dire la mia su un argomento a cui tengo, ovvero DONNE E MTB.
Ammetto che e’ da un po’ che avevo in mente di scrivere in merito, non e’ un tema semplice e il mio punto di vista potrebbe essere un po’ insolito (tanto per cambiare).

Partiamo da me stessa, anche se non posso definirmi un campione “statisticamente significativo” : ho iniziato ad andare piu’ o meno seriamente in mtb nel 2007, prima con una Decathlon 9.1, poi con la mitica Slayer (#slayerina). All’epoca vivevo in montagna, e la bici e’ stata sia il sistema per trovare uno “snowboard replacement” estivo che un modo per aiutarmi ad affrontare un periodo di transazione piuttosto difficile, che mi ha portato a cambiare completamente lavoro e poi citta’, con conseguente temporaneo abbandono della biciclettina.

Ho fatto tutto da sola e tutt’ora spesso giro da sola. Non ho avuto fidanzati biker. Ho “rubato” consigli da altri riders piu’ bravi, e ho preso lezioni.
Si, lezioni, qualcuno e’ ancora scettico sulla figura del maestro (ok, c’e’ tanto da dire in merito) ma posso assicurarvi che se trovate la persona giusta l’aiuto e’ notevole.

Molte ragazze, differentemente da me invece, hanno iniziato proprio per seguire il proprio compagno/fidanzato/marito. Ben venga anche questo approccio (sempre che il maschietto di turno abbia la dovuta pazienza), non sempre funzionante e non sempre sinonimo di una passione vera. Ma e’ facile capirlo, se la bici dovesse coinvolgervi per bene, non esiterete anche ad uscire da sole o senza il vostro “lui”.

Si dice che non e’ uno sport da femminucce: si fatica, ci si puo’ fare male, ci si sporca, serve coraggio, voglia di mettersi in gioco e superare i propri limiti.


E’ uno sport in cui conta quel che sai fare e non il come sei.
E’ un modo per stare all’aria aperta, per unire il piacere della scoperta della montagna e dell’ambiente naturale in genere ad un qualcosa di adrenalinico che regala belle sensazioni.
Io la vedo cosi’. E nell’epoca dell’ebike l’accessibilita’ si allarga anche a chi (questo vale cmq per ambo i sessi) non ha un granche’ di allenamento e non ama allenarsi in modo sistematico (eh si, in realta’ ancheio faccio parte di questa categoria, pedalo ancora con le mie gambe perche’ le mie finanze sono limitate, e anche un po’ perche’ cmq la soddisfazione di arrivare su senza aiuti resta cmq maggiore…) e vuole semplicemente divertirsi tanto all’aria aperta.

Credo che comunque lo scoglio per chi vuole avvicinarsi alla mtb, specie se donna e insicura del se e quanto potrebbe poi praticare questo sport, resti nel mezzo, che purtroppo, fa TANTO la differenza.

Sono la prima a comprendere e a vedere che, a volte, possono esserci anche delle ragazze curiose nei confronti di questo sport (magari provenienti da altri action sport piu’ economici tipo surf e skate) ma impossibilitate a provare in quanto e’ difficile trovare una bici adatta (specie in taglia piccola), e anche i noleggi hanno un costo che richiede davvero una bella motivazione per avvicinarsi.

3 girlz jumping …. anche le donne saltano …

Pef fare un confronto, se si vuole iniziare a fare surf, e’ facile trovare chi ti presta la tavola e magari pure la muta se in inverno. Le scuole hanno prezzi accessibilissimi per la prima lezione.

La mtb … e’ tutto molto molto piu’ complicato. Oltre alla bici ti serve il casco, e minimo sindacale ginocchiere e guanti, oltre che un pantaloncino con il fondello.
E sarebbe meglio che tutte queste cose fossero della taglia giusta.

Sopratutto la bici.
Spesso non si trovano le S a noleggio. O se ne trovano poche e magari montate entry level.

Sarebbe bello promuovere questo sport tra le donne, farlo conoscere e far capire che puo’ essere molto divertente e che non necessariamente deve essere preso come attivita’ agonistica o come una cosa estrema. Ci sono percorsi divertenti, panoramici e accessibili che permettono di impratichirsi nella guida della mtb in contesti molto belli, senza farsi prendere dalle ossessioni dei tempi e di strava.

Stara’ poi a voi decidere quale sara’ il vostro obbiettivo e quanto alta posizionare l’asticella.

Un bel saltino … ma e’ piu’ facile di quello che potete immaginare ….

Il problema di fondo e’ che manca il background e che il costo d’ingresso in questo sport e’ alto: diventa ancora piu’ alto se si vuole tutto-e-subito (ebike) … si riduce se si decide di valutare un buon usato (e qua si possono fare affari d’oro di questi tempi) e iniziare spingendo con le proprie gambine (cosa che puo’ diventare una buona alternativa alla palestra)

Un’altro deterrente che vedo tra le donne e’ che poche hanno il coraggio di uscire da sole come faccio io. Se io, quando sono finita qua a Roma, avessi aspettato di trovare qualcuno con cui andare in bici non avrei ricominciato. Invece mi sono armata di GPS e santa pazienza, e mi sono inerpicata su per Monte Cavo per poi scendere dal trail noto come “tre”.

Pian piano, offline e online, ho iniziato a conoscere altri/e biker con cui condividere qualche uscita. Non sempre ho trovato la compagnia giusta, a volte sono stata io a improvvisarmi guida e accompagnare altri biker in trail per loro nuovi, altre volte sono riuscita a fatica a inserirmi in gruppi dove ero (sono) il fanalino di coda, altre volte ancora mi sono trovata nella situazione di essere “la piu’ brava degli scarsi”.

Tornando al tema primario, io credo che in fondo, sia tutta una questione di mancanza di background … sopratutto se si vive in una grande citta’ non e’ facile farsi venire la fantasia di andare giu’ per sgarupi con una bicicletta. Non e’ la “fantasia esotica e/o fashon” del surf. La MTB e’ un mondo a se, ha tante variabili e tante sfaccettature, credo pero’ davvero che ce ne possa essere per tutti.

La MTB, un po’ come lo skialp/snowalp, unisce la voglia di esplorazione e di stare nella natura con un pizzico di adrenalina e divertimento.
Se questo mix vi incurioisice, e’ uno sport da provare.

Sarebbe bello vedere qualche azienda di quelle piu’ sensibili al mercato ladies (la prima che mi viene in mente e’ GIANT), organizzare test events GRATUITI o a costi irrisori che permettano di incuriosire piu’ ragazze e donne a questo sport. Solo cosi’ forse si ampliera’ la base e potremmo vedere un incremento delle “quote rosa”

Concludendo, se siete curiose di provare questo sport ma non avete contatti, non arrendetevi. La via piu’ semplice e’ il noleggio nei bikepark durante la stagione estiva, altrimenti anche gli eventi test tipo italian bike test talvolta possono riservare delle opportunita’. Per quello che mi riguarda, metto ben volentieri a disposizione gratuitamente la mia skill e la mia qualifica di TM1 (maestra FCI di 1o livello) ad ogni ragazza curiosa di provare questo fantastico sport.

Spero in futuro di vedere + donne sui trail 😉

Cima Bosco Splitboard

Cima bosco in Splitboard

L’ultimo giorno in Valsusa si chiude con una classicissima: Cima Bosco, gia’ esplorata in bici in versione estiva.
Per chi non la conoscesse, Cima Bosco e’ un must. Forse fin “troppo” un must, spesso presa d’assalto da una notevole varieta’ di amanti della montagna invernale, in quanto facile, senza particolari pericoli e molto panoramica. Sapevo che era una gita a “rischio”, sia per l’affollamento (si fa per dire, nulla di paragonabile alle problematiche del surf) con conseguenti problemi di parcheggio, che per la condizione della neve. Che sarebbe stata TANTO tracciata era gia’ messo in conto. Malgrado tutto volevo tornare a fare una super classica, la gita che forse ha fatto nascere la “dimenticata” (non mi va di darla per morta) VBA (Valsusa Backcountry Alliance), e l’unica di quest’anno assolutamente fuori dalle zone dei resort.
Stavolta non siamo su piste in abbandono ma su un terreno sul quale impianti non ce ne sono mai stati.
Partiamo da Thures, paesino costruito proprio sulle pendici di Cima Bosco. E’ abbastanza presto e fortunatamente trovo posto per la macchina in maniera piuttosto agevole.
Fa freddo, il paese e’ ancora in ombra, la strada e’ gelata e la neve pure: quest’ultima ha un aspetto crostoso che non promette bene.
Sono indecisa, ma ormai sono qua, ho parcheggiato bene, e non posso che sperare nel rialzo termico e in una trasformazione in firn con l’alzarsi della temperatura.

thures start

La prima parte della salita attacca subito cattiva con un bel muro che mette alla prova la mia tecnica ancora rudimentale. La split non ama le diagonali, va tenuta il piu’ piatto possibile in modo che le pelli facciano ben contatto con il terreno impedendo lo scivolamento. La traccia e’ battutissima, e in qualche punto (fortunatamente pochi) tocca prestare attenzione alle “buche” lasciate dai ciaspolatori per non trovarsi inaspettatamente senza aderenza. All’altezza delle grange “Croce Chalvet” il tracciato spiana e diventa piu’ agevole, seguendo indicativamente il sentiero estivo che ho percorso in bici in discesa. Si procede prevalentemente nel bosco su traccia ben battuta … ma purtroppo “ben battuto” e’ anche tutto il circondario. La neve e’ sempre dura, ma il sole inizia a far sentire la sua presenza e mi lascia sperare che, tempo di arrivare in cima e la situazione sara’ in qualche modo gestibile. Durante l’ascesa si alternano parti di bosco piu’ fitto con qualche radura, che lascia intravedere, sopratutto da oltre i 2000 slm, qualche sprazzo di spazio per tirare ancora due curve su neve decente sul versante alla mia destra (in direzione di salita)… spazi che diventano sempre piu’ ampi e interessanti all’aumentare della quota, aumentando anche la motivazione nel raggiungere la vetta.
up grange

E cosi’, dopo 2h15 circa di cammino su 700 d+, raggiungo la caratteristica cima, presidiata da una cappelletta dentro la quale si puo’ trovare riparo.

(foto)

mt. furgon

cappella cima bosco
cimabosco top 1 cimabosco top2

Fa freddo e c’e’ parecchio vento. Giusto il tempo di riunire la split e ripartiamo. Si scende, come previsto, tutto a sinistra seguendo le zone meno tracciate.

start

(video discesa helmet cam)

 

grange2 traccia

E, gradita sorpresa, la neve e’ buona per gran parte della discesa, giusto qualche breve parentesi crostosa, ma per il resto prevalentemente farinosa e ottima.
Giusto gli ultimi metri han lasciato spazio a neve trasformata un po’ pesante, ma che comunque non ha creato alcuna difficolta’ alla split.
In breve purtoppo un ultimo traverso ci riporta a monte dell’abitato di Thures, dove tocca levare la split e raggiungere la macchina con qualche centinaio di metri a piedi.

end thures

Concludiamo dunque la permanennza in Valle con una Classica che non ha deluso, anzi ha stupito regalando una neve che, considerate le temperature dei giorni precedenti e l’assenza di precipitazioni, meglio non poteva essere nel range di quota di riferimento.

Lascio la Valle con dei bellissimi ricordi, soddisfatta piu’ che mai di questi giorni e dell’aver acquistato una splitboard. Il senso di liberta’ che da questo mezzo, una volta raggiunta la meta prestabilita e ricongiunte le mezze tavole, non ha paragoni. Ogni escursione ha un suo perche’ … ogni discesa viene firmata …. finche’ la traccia non verra’ cancellata da una nuova nevicata (si spera).
E da li si ricomincia, sperando di tornare presto a surfare le mie lineup innevate.

VBA Lives! – Splitboarding Costa Piana

VBA lives (Splitboarding Colle di Costa Piana)

C’era una volta nel lontanissimo primo decennio degli anni 2000 un blog chiamato endlesswinter.
C’era una volta, associato a questo blog, un piccolo forum in cui avevo riunito un piccolo gruppo di appassionati di snowboard freeride & backcountry (tutto quel che non e’ piste e resort).
Ai tempi la splitboard non esisteva, o meglio, cominciavano a vedersi i primi embrioni, ancora macchinosi e dalle dubbie performance.
L’unico strumento per emulare i bipedi (gli sci-alpinisti…) erano le ciaspole e la tavola a spalle attaccata allo zaino (la “croce”…)

Il web 1.0, quello vero, genuino, non pilotato dagli algoritmi aveva permesso tutto questo.

Poi sono successe cose che mi han portato via dalla Valle e dalla neve per un po’. Non mi dilungo ma diciamo che “avevo un problema piu’ importante da risolvere”.

Ora, seppur ancora lontana, ho almeno una situazione lavorativa che mi permette di tornare qua piu’ spesso. E quest’anno, complice l’innevamento favorevole, siamo riusciti a rimettere assieme parte di quel che era la Valsusa Backcountry Alliance. E quindi eccoci qua: la sottoscritta, in compagnia di Dona, Luca, e il loro amico a 4 zampe Snou pronti a partire alla ricerca di qualche linea su cui lasciare il segno. Destinazione Genevris, o meglio Colle di Costa Piana.

Partiamo dall’istituto zootecnico, come gia’ sperimentato in solitaria qualche giorno prima. Gia’ dal primo incrocio con le piste in disuso si nota che la situazione purtroppo nei giorni e’ peggiorata, e che il numero di tracce presenti e’ almeno quadruplicato. Negli anni anche gli amanti del backcountry sono aumentati di numero, complice il “caro skipass”, la semplicita’ nel trovare informazioni sul web e la possibilita’ di seguire tracce gps con qualunque smartphone. Ce ne dobbiamo fare una ragione, comunque la qualita’ della neve pare buona, e proseguiamo, stavolta seguendo le ormai battutissime vecchie piste del Genevris.

uphill snou

 

All’altezza dello sgabbiotto dello skilift di Costa Piana, il bosco si dirada e iniziamo ad avere un quadro della situazione. E’ tutto estremamente ravanato, ma verso il colle di Costa Piana sembra piu’ pulito. La neve e’ stabile e c’e’ una buona traccia che segue appunto la linea dell’impianto in disuso. Optiamo per seguirla, e iniziamo gia’ a immaginare quali saranno le nostre linee in discesa, perlomeno sulla parte alta.

Tiriamo su ancora qualche metro, fino ad arrivare poco sopra il colle di CostaPiana, all’attacco del sentiero di cresta che conduce in cima al Genevris. Inutile andare oltre, in quanto piu’ saliamo e piu’ la crosta ventata ha la meglio sulla powder, quindi dopo 530 d+ cambiamo setup e iniziamo la discesa.

bunker kiaz and dona bunker dog kiaz way 2 costapiana

Come previsto, la linea scelta non delude. Ognuno trova ancora un po’ di spazio per lasciare la propria firma.

Nella parte bassa purtoppo gli spazi si riducono, probabilmente all’attraversamento dello skilift avrei dovuto optare per un lungo taglio alla ricerca di una linea piu’ pulita verso destra..

Ma va bene uguale … Considerato che ormai sono passati almeno 15 giorni dall’ultima nevicata non ci lamentiamo.

(video)

E la cosa piu’ imporante e’ che ci siamo ancora, e che dopo piu’ di 10 anni abbiamo ancora piu’ voglia di surfare le nostre montagne.

La nostra line-up e’ qui.
C’e’ un po’ da faticare per raggiungerla, e magari non sempre sara’ perfetta, ma e’ sempre un grande piacere lasciare il segno con le nostre tavole.

VBA lives !
Speriamo di ripetere presto. Surfare le montagne di casa con gli amici non ha prezzo.

A presto ragazzi !

EOY 2019

EOY 2019 – End of Year 2019

Se c’e’ una cosa che ha fatto da padrona in quest’anno e’ la paura di invecchiare.
La paura di essere troppo vecchia per fare questo, quest’altro, quest’altro ancora.
Dove questo e’ la bici, quest’altro e’ il surf, quest’altro ancora e’ lo snowboard, e poi aggiungiamoci ancora la crisi di infantilismo con i pattini in linea.
Mi fa profondamente male dirmelo, ma sto vivendo una seconda adolescenza.
Da over 40, sto rivivendo in un altra ottica e con problematiche diverse (ma sostanzialmente simili) gli stessi problemi che avevo quando avevo 15 anni.
Per farla breve, l’essere semplicemente me stessa, peccato che questa “me stessa” sia un qualcosa di diverso da quello che la societa’ vuole farci essere e da quello che e’ il comune conformismo.

Aggiungiamoci l’essere attualmente prigioniera in una citta’ con cui non ho nulla da spartire se non il fatto che ho un lavoro che cmq mi piace ed e’ coerente con i miei studi.

Ma non e’ cmq il lavoro della mia vita … o meglio diciamo che se potessi riprodurre la mia situazione attuale in uno dei due posti che chiamo casa (uno e’ la liguria di Levante, l’altro e’ qua, l’alta Valsusa) potrei tranquillamente continuare a vivere felice godendo delle bellezze offerte dal territorio e raccontandole qua sul blog.

Purtoppo, non e’ cosi’, o non lo e’ al momento. In questo 2019 che sta per concludersi ho fatto alcune scelte, ho cercato di lavorare sul mio livello in bici, ho anche raggiunto un certo traguardo che consideriamo per ora “congelato”, continuando a fare continuamente i conti con il mondo circostante e una realta’ che non mi appartiene.
Sono tante piccole cose, che messe tutte assieme creano una situazione di non facile (di)gestione.

La maggior parte dei miei coentanei e’ “sistemata”. Molti sono “sistemati a dovere”, ovvero hanno figli. Molti fanno “salti mortali” per continuare a dedicarsi alle proprie passioni.
Alcuni cercano, quando possibile, di trasmetterle alla nuova generazione. Cambiano le esigenze, posso capirlo credo cambi tutto.

E invece io sono ancora qua, a giocare con la biciclettina, con il surf, con “lo snowboard che si trasforma in due sci” e con i pattini.
E voglio continuare a giocarci piu’ a lungo possibile. Ho la sindrome di peter pan, lo so, mi piacerebbe prima o poi che uno di questi giochini (quello che so utilizzare meglio …) potesse permettermi di fare un qualcosa di diverso anche lavorativamente parlando, ma la cosa non e’ cosi’ semplice e, inoltre, lo spettro di “non essere piu’ in tempo” continua a infastidirmi con la sua presenza.

Ad ora non posso fare altro che giocare il piu’ possibile all’aria aperta nei miei playground; le montagne per quanto riguarda bici e snowboard, e il mare per quel poco surf che continuo a fare.

Gia’ il surf, e il mio rapporto di amore e odio per questa attivita’. Ho concluso l’anno con un periodo “surf positive”, dove sono stata fortunata con alcune belle giornate di onde adatte al longboard e a quel che cerco di farci. Sto cercando, per quanto possibile, di darmi degli obiettivi tecnici per trovare uno stimolo a migliorarmi e entrare in acqua, cercando di dimostrare che anche una vechia gallina, a tratti goffa e senza il fisico da top model, puo’ fare surf (longboard) in maniera dignitosa.
Il fisico da top-model ecco: ne avevo gia’ parlato su facebook, ma questo estremismo sessista che caratterizza l’immagine che viene propinata mediaticamente del surf, proprio non riesco ad ingurgitarlo.
Nel nostro mare non e’ considerabile uno sport, la frequenza delle mareggiate e l’affollamento fanno si che l’energia necessaria per surfare con un longboard, una volta apprese le basi, sia davvero poca.
Un discreto nuotatore con un buon equilibrio e una discreta forza esplosiva impara a surfare tranquillamente senza troppi impedimenti. Ma poi tocca scontrarsi con tutta una serie di cose e di meccanismi poco compatibili con chi, come me, ha bisogno in primis di pace e di trovare la giusta sintonia con gli elementi. Se fare surf deve essere come andare all’ikea, allora non ci siamo. E non mi dilungo in ulteriori analisi perche’ tanto, quello dell’affollamento e’ un problema senza soluzione.
surf

Passiamo alla bici: annata che definirei con alti e bassi, fortunatamente senza infortuni. La nota positiva e’ stata quella di aver trovato, finalmente, anche in centro Italia un’altra ragazza (Laura) con cui condividere buona parte delle mie follie e a cui cercare di trasmettere il mio know how (foto) e addirittura far conoscere la mia Valle.

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Tecnicamente parlando, e’ stata una fase un po’ a corrente alternata, sia per la forma fisica che per la tecnica in discesa. C’e’ tanto da lavorare, e vorrei riuscire ad avere una maggiore continuita’ sui tracciati tecnici tipo quelli Liguri. La cosa finche’ saro’ a Roma, costretta a macinare km, senza essere “local” di un bel niente, non sara’ semplice per 1000 ragioni legate piu’ che altro alla logistica e al fatto che serve fare tanti km per arrivare sui trail “giusti”. Forse se trovassi qualcuno pari livello – o meglio poco piu’ bravo/a di me – con cui mettersi in gioco e motivarsi a vicenda potrei fare qualche passetto avanti. Un ultima considerazione e’ quella “elettrica”. Puo’ sembrare una sconfitta ma potrebbe essere una rinascita, spero cmq a breve di avere il budget per “elettrificarmi”. Ormai la direzione della mtb “just 4 fun” e’ quella elettrica, chi continua a pedalare con le proprie gambe e’ sempre piu’ spesso un atleta, ex atleta o cmq persone con un certo tipo di allenamento e di background. E dato che per me il divertimento e il piacere di stare all’aria aperta viene prima di ogni cosa, cash permettendo, il futuro e’ segnato.

st anna last

(playlist best of 2019)

Apro una breve parentesi sull’ultimo giochino riscoperto, i pattini in linea: riesumati un po’ per caso e un po’ per impossibilita’ di usare lo skateboard causa mal di schiena, sono stati una piacevole riscoperta: basta davvero poco spazio e qualche conetto per mettersi in gioco cercando di imparare qualche trick. Ok, ovvio, ci andavo da ragazzina ad alti livelli, ma considerati tutti gli infortuni alle ginocchia che mi han fatto dimenticare le 8 ruote per piu’ di 20 anni direi che e’ un buon risultato. Inoltre il cimentarsi nei trick aiuta a migliorare equilibrio e propriorecettivita’ in generale, trovando delle utili applicazioni ad esempio, quasi per assurdo, nel surf da onda (longboard)

(video coni ista chiavari)

Terminiamo la rassegna con la protagonista di questi ultimi giorni, ovvero lei, la Splitboard. E qua, ancora una volta sento piu’ che mai il forte legame che ho con queste montagne. L’aver assistito nei giorni scorsi ad un breve corso di sicurezza in caso di valanga ha ulteriormente aumentato in me la consapevolezza che e’ solo grazie alla conoscenza che ho del territorio che mi posso permettere di andare a spasso da sola con una tavola che si divide in due e ti permette di salire per pendii incontaminati alla ricerca di pace, e di una bella linea da tracciare in discesa. Anche qua, la priorita’ e’ il divertimento e l’outdoor, l’immergersi nella natura, l’andare per boschi. Per quel che mi riguarda ha poca importanza “quanti” d+ riesco a guadagnare, meglio poco ma buono e in sicurezza che andare a correre inutili rischi. Non parlo solo delle valanghe, ma di tanti altri piccoli inconvenienti che possono capitare girando in terre sconosciute, dallo sbagliare strada (d’inverno il gps aiuta ma non e’ garanzia di non perdersi) al finire in un fosso al ritrovarsi con qualche problema tecnico alla split in posti dove il cellulare non prende. D’accordo, molti mi dicono che sono matta a girare da sola nel backcountry. Intanto mi fido di piu’ di me stessa e delle mie montagne che non di inserirmi in gruppi di sconosciuti, di cui reciprocamente non conosciamo il livello reale, con il duplice rischio di essere “problematica” in quanto lenta (anche qua il mio allenamento e’ quel che e’, siamo su una VAM di circa 300-350 d+/ora a seconda del terreno) e sopratutto di non saper gestire certe situazioni e certi tipi di neve, oltre al non aver alcuna intenzione di confrontarmi con componenti piu’ prettamente “alpinistiche” ove diventa necessario l’uso di ramponi e talvolta pure picche. Bene, saro’ anche una “montanara della mutua”, ma non sono assolutamente attratta da quel tipo di discorso, come non sono attratta da canali, ripido ecc. Lo snowboard per me e’ surfare linee di neve. La splitboard e’ uno strumento per raggiungere la “mia” lineup innevata. Il resto lasciamolo ai pro. Thats’it, that’s all.

(video insta split champlas)

Tirando le somme, questo 2019 e’ stato un anno di transizione. Di consapevolezza che devo trovare una strada che mi porti via dalla Capitale. Il mio mondo e’ outdoor, prevalentmente tra i monti.
Mi piace esplorare, conoscere posti nuovi, lo stare a Roma cmq mi ha dato opportunita’ di vedere, sopratutto in bici, localita’ improbabili e molto diverse dal contesto alpino con comunque un certo fascino, di surfare onde qualitativamente alte senza fare piu’ di 1h di macchina, di fare snowboard in un contesto completamente diverso da quello che conosco e in cui sono cresciuta.
Non riesco a concepire un evoluzione quando sei costretto a passare gran parte del tempo in macchina per poterti dedicare alle tue passioni. Per non parlare del fatto che tutti questi spostamenti “inutili” di certo non fanno bene al pianeta. Ricordiamoci che se nevica sempre meno e se gli inverni sono sempre piu’ caldi e’ anche grazie ai km che facciamo usando veicoli che inquinano.
Poter uscire in bici a km0, surf quasi a km0, e dovermi spostare solo d’inverno per fare snow ma potendo comunque contare su una “base” qua in Valle e’ ben diverso.E’ un piccolo passo, di difficile attuazione, ma da qualche parte bisognera’ pure cominciare.

Buon 2020 a tutti, piu’ o meno “non normali”, nell’augurio di poter continuare il piu’ a lungo possibile ad inseguire le proprie passioni.
Life is too short, dont’waste it, go riding !

Back Splitboard In Valsusa e Sicurezza sulla neve

Splitboard sul Genevris e sicurezza in montagna.

Le vacanze di Natale mi riportano come consuetudine nella “mia” Valsusa. Quest’anno le nevicate non si sono fatte attendere, e dopo un incipit in pista per riprendere confidenza con il mezzo, ho subito rispolverato la splitboard avventurandomi in una breve classica escursione in zona Sestriere. Le emozioni che regala la montagna d’inverno sono sempre uniche, ma dato che la prudenza non e’ mai troppa ho deciso di approfondire l’argomento sicurezza, partecipandono all’evento formativo organizzato da WhiteRideVialattea, associazione di guide e maestri specializzati in freeride della zona.

Abbiamo affrontato argomenti quali la stratificazione del manto nevoso, i fattori di rischio, la prova di compressione e per finisre ci siamo cimentati con l’ARVA nella simulazione del recupero di una vittima da valanga.

camp arva 1

camp arva 2

Non staro’ a cercare di riassumere la lezione in quanto non e’ cosa di mia competenza, piuttosto consiglio a chiunque pratichi qualunque forma di fuoripista di informarsi in merito, preferibilmente tramite una guida locale delle zone che frequenta.

Gia’, perche’ e’ proprio su questo concetto, quello del “local” su cui credo sia opportuno riflettere. La montagna non scherza, e’ un ambiete molto vasto e variegato. E, sopratutto, non e’ tutta uguale, non e’ tutta uguale la neve, le temperature, il tipo di perturbazioni che scaricano.
Ogni terreno e’ diverso, ha delle problematiche e peculiarita’ che non sono assolute. Per dire l’Appennino centrale e’ molto diverso dalle Alpi Occidentali in cui mi trovo ora e in cui sono cresciuta.

Fermo restando che l’incidente puo’ capitare ovunque e anche la piu’ esperta delle guide corre questo rischio, se ci muoviamo in un ambiete che conosciamo abbiamo molte probabilita’ in piu’ di divertirci e di sfruttare al meglio quello che la montagna ci offre. E su questo non c’e’ GPS o altro strumento che tenga …. Non e’ come andare in bici, dove, bene o male ormai con le giuste informazioni, un gps e siti quali trailforks basta un po’ di dimestichezza con questi strumenti e si conclude un giro. Sulla neve i punti di riferimento sono diversi, qua in Valsusa fortunatamente si ha la fortuna di disporre di itinerari piuttosto semplici sui quali si riesce a “navigare a vista” avendo traccia di salita e discesa spesso quasi coincidenti.
Ovviamente conoscere la montagna aiuta, il sapere esattamente dove porta un determinato versante, essere al corrente del tipo di terreno che abbiamo sotto e dell’eventuale presenza di fossi e torrentini e’ cosa importante.

Ed e’ proprio quasi “navigando a vista” che ieri mi sono cimentata in un giro per me nuovo, quello del Genevris. Siamo sempre in una zona di piste in disuso, quindi tendenzialmente sicura quasi sempre. Le zone “abbandonate” dei resort, o interi resort abbanodnati sono una grande risorsa per chi ama avventurarsi nel backcountry senza rischi eccessivi sia a livello di orientamento che di sorprese date dalle condizioni della neve. Si parte dalla ben nota strada dell’Assietta, dall’Istituto Zootecnico, poco sopra Sauze. La strada e’ ben battuta e conviene camminare a piedi tenendo la split sottobraccio per circa 1km, fino all’ex “bar Genevris”, in corrispondenza del quale partiva uno skilift (ora smantellato) che saliva fino alle pendici del suddetto monte. La linea delle piste un tempo servite da tale impianto saranno poi oggetto della discesa …. ma intanto tocca salire, lasciando la comoda strada e iniziando a inerpicarci per boschi radi, tenendo come riferimento i pali della linea elettrica che puntano a monte. Il bosco si dirada lungo la salita, lasciando spazio ad ampie radure, che lasciano ben sperare per la discesa.

Proseguo su un evidente ex pista seguendo tracce di altri skialper e motoslitte, fino alla partenza di uno skilift apparentemente in disuso ma presente sulle mappe che punta verso il colle di Costa Piana. Salgo ancora dritto, la pendenza si inasprisce, fino all’altezza di un bunker. Siamo ormai alle pendici del monte Genevris, all’incirca nella zona in cui doveva terminare l’antico skilift.
Decido di fermarmi qua, dopo circa 500 d+, in quanto la mia tecnica di salita e’ ancora approssimativa per affrontare la cresta.

io bunker genevris cresta

Invertita la split inizia la discesa. Le prime curve non sono troppo semplici, in quanto la neve e’ stranamenente lenta e richiede di scegliere le linee piu’ ripide per prendere velocita’. Fortunatamente poco piu’ in basso la musica cambia, e si inizia a surfare splendida farina che nel bosco diventa praticamente perfetta. La pista abbandonata confluisce in un altra pista, sempre non battuta ma piu’ frequentata, quindi per riportarci verso la strada dell’Assietta serve un ulteriore taglio che ci porta su un ultimo spettacolare muretto dalla neve perfetta, su cui tirare le ultime curve prima di ritrovare l’ex bar Genevris e quindi la via del rientro verso l’istituto zootecnico.

(video)

Un bel giretto, che con il mio pessimo allenamento chiudo in 2 ore e mezza soste incluse, temperatura forse fin troppo piacevole e neve molto buona per l’80% della discesa, salita ben fattibile anche per chi come me e’ alle prime armi. E’ bello poter disporre di un simile “playground“, con montagne facili, neve ottima e paesaggi fiabeschi, per andare a spasso spensierati anche sulla neve, senza l’ansia del GPS e del doversi trovare a montare i rampant.

Ribandisco comunque il concetto che la sicurezza e’ sempre da mettere davanti a tutto, e il conoscere il proprio territorio in primis. Solo nel mio playground so dove posso avventurarmi tranquillamente senza fretta anche per una gita pomeridiana in solitaria come quella di ieri … altrove ogni certezza svanisce (vedi splitboard in Appennino) e credo che, almeno per il mio background, sia meglio che certi “giocattoli” restino relegati alle montagne che mi han visto crescere.

Alla prossima gita, e mi raccomando arva, pala sonda e impariamo ad utilizzarli , ma in primis, vediamo di stare a casa se il meteo e’ palesemente rischioso.

Inline Skating – Back2theRoots

Quest’ultimo mese di Novembre che si è appena concluso e’ stato veramente pesante dal punto di vista climatico. Ok, mi ha offerto la possibilta’ di tornare a fare surf con una certa continuita’, ma non sempre si ha il tempo e la possibilta’ di entrare in acqua, per non parlare delle giornate a rischio, quelle in cui le condizioni del mare sono dubbie e mutevoli  nelle quali puo’ capitare di fare tanti km a vuoto.
Mi serviva un giochino, un passatempo per riempire “le ore buche”, chiamiamole cosi’. Un tempo riempivo queste ore andando in skateboard, o meglio in surfskate (carver). La mia schiena pero’ non va piu’ molto d’accordo con i movimenti del surfskate, e inoltre quest’ultimo per essere davvero divertente va praticato su apposite strutture (bowl o onda di legno) poco diffuse e non sempre di accesso libero. Svuotando un box, mia madre a fine estate ritrovo’ i miei pattini in linea che usavo da adolescente. Roba di 25 anni fa se non di piu’. Avevo smesso di andarci perche’ mi ero lesionata il legamento collaterale interno del gniocchio (mi pare il dx) , e da quell’incidente ho sempre avuto paura, anche di farci solo il giro dell’isolato.
Sono ormai passati tanti anni, l’incidente e’ cosa ormai antica, la curiosita’ di capire se so ancora starci sopra ha la meglio. In un pomeriggio di fine estate prendo i suddetti strani attrezzi e provo ad indossarli. Dopo un primo momento spaesato, scopro di saperci ancora andare, sia in avanti che all’indietro come se non avessi mai smesso … e se non avessi i problemini con la schiena sarei pure in grado di saltare.

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Dato che mi sento abbastanza sicura decido di approfondire l’argomento, indagando su youtube sul come si e’ evoluto questo sport e sul cosa posso riuscire a fare con questi pattini oltre che girare sulle ciclabili e sui lungomare. Tra i vari video rimango incuriosita da quelli di freestyleslalom, disciplina che consiste nell’eseguire “flat tricks” lungo una serie di coni distanti circa 80 cm tra loro.
Roba di questo tipo ad esampio:

(video freestyleslalom)

Ovvio che ci vorranno anni-luce per arrivare a meno della meta’ di quanto sopra, ma inaspettatamente sembra che le ginocchia reggano,e pian piano inizio a fare qualche passo tra i coni.

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Certo, al momento i movimenti sono ancora sul goffo e lento, ma sento di avere dei buoni margini di miglioramento.
Diciamo che ho trovato un passatempo curioso, divertente, che richiede spazi anche limitati e impegna corpo e testa quanto basta per distrarsi e sentiirsi un po’ piu’ ragazzini. Per trovare la giusta motivazione e possibilta’ di confronto, ho anche deciso di seguire un corso specifico, grazie a FreestyleSlalomRoma. L’essere un minimo seguiti puo’ essere d’aiuto per comprendere meglio alcuni trick, non essendoci quasi assolutamente alcun video didattico in italiano in rete (In inglese si trova molto invece)

Questo nuovo percorso, o meglio questo ritorno alle origini, ha in ogni caso alcui risvolti positivi sugli altri sport che pratico: in particolare, da quando ho ripreso con i pattini in linea, ho trovato piu’ sicurezza sul surf, sopratutto quando si tratta di camminare verso il nose incrociando i passi (cross step), nonche’ un miglioramento della propriorecettivita’ e una miglior capacita’ di controllare i propri movimenti in relazione al timing richiesto. Questo per dire che i concetti di multilateralita’ e multidisciplinarieta’ di cui ho tanto sentito parlare durante il corso TM1 hanno effettivamente un loro perche’, in quanto due sport completamente diversi possono trovare delle capacita’ motorie (coordinative ovviamente) molto affini.

Un’ultima osservazione sugli attrezzi utilizzati: purtoppo i miei storici pattini K2Fatty del lontano 1996 (se non antecedenti) mi hanno abbandonato, le plastiche dello scafo hanno ceduto autodistruggendosi. Ormai pero’ la scimmia di imparare aveva preso il sopravvento, dunque ho attraversato Roma per comprare un paio di pattini specifici per lo slalom. Il costo di questi oggetti puo’ essere stimato tra i 120 e i 150 euro, si differenziano dai pattini ad uso fitness/recreational per la possibilita’ di “rockering” delle ruote (centrali piu’ basse per facilitare le manovre nello stretto) , per l’assenza del freno e per il gambaletto piu’ basso. La chiusura nei modelli entry level e’ cricchetto + lacci + strap e le plastiche usate hanno una buona rigidita’ laterale.

skates

Il mio consiglio a chi vuole provare a cimentarsi tra i conetti e’ di partire subito con un modello specifico (perlomeno con il rockering), tenendo conto che prima di dedicarsi allo slalom vanno conosciute le basi, quali andarea avanti, indietro e sapersi fermare in sicurezza.

Ovviamente il blog non sara’ lo strumento primario per registrare i miei progressi con questo nuovo giochino. A tal proposito credo che il canale piu’ idoneo allo scopo sara’ instagram, quindi se gia’ non lo state facendo e volete seguire una over40 che sfida l’eta’ , vi consiglio di seguirmi sul mio profilo: https://www.instagram.com/kiazsurfbike/