eMTB Valsusa: Fraiteve DH e Sansicario

Chi ha il pane non ha i denti …. parliamo ovviamente del potenziale inespresso della mia Valle. Ma partiamo dall’inizio. Quasi per caso, la settimana scorsa, scrollando il feed di facebook, scopro che c’e’ una gara di DH a Sestriere, e che hanno per l’occasione rimesso in funzione la pista del Fraiteve. Ho un ricordo vago e confuso, ci andai con la Slayer una decina di anni fa circa quando la costruirono, e me la ricordo molto difficile. Cerco qualche video delle prove, ed effettivamente sembra fattibile e alla mia portata, almeno per quel che concerne la parte fino all’incrocio con il sentiero Bordin. Decido di metterla in “to-do-list”, e di approfittare del fatto che la cabinovia e’ aperta al pubblico, per fare un giro mixed pedalato + impianto, da Sansicario al Fraiteve: DH, poi sentiero Bordin per collegarsi verso Sansicario e concludere con il trail del “fu bikepark” che da Soleil Boef riporta alla base delle piste. Totale 1200 d+ di cui 700 con la cabinovia, ma si puo’ tranquillamente pedalare tutta.

Dunque lascio la macchina a Sansicario alto, da qui la strada e’ ben nota: Champlas, rif. Chalmettes, Sestriere, con una comoda sterrata quasi sempre pedalabile anche da chi non va a pile. Da qua per la modica cifra di 10 euro ci imbarchiamo sulla cabinovia del Fraiteve, che ci “sconta” 700 d+ in pochi minuti.

La vetta, anche se conquistata meccanicamente, ha sempre il suo fascino e il suo paesaggio a 360 che spazia dalla Val di Susa alla Val Chiusone.

fraiteve

C’e’ parecchia gente (pedoni) che ha usufruito della cabinovia per scappare al caldo che in questi gioni si fa sentire anche a quote medio alte, e visto il mio poco gradimento per il genere umano specie di questi tempi punto le ruote verso valle, alla ricerca della DH. Seguo i cartelli “trasferimento“, prima lungo una panoramica sterrata di servizio , fino ad un bivio al quale da una parte la strada diventa chiaramente qualcosa di simile ad una pista di DH. Le prime curve sono larghe e scassate, poi un lungo traverso panoramico , fino ad un colletto da cui partiva effettivamente la gara. Fino al Bordin e’ un susseguirsi di ampie curve spondate, qualche salto e qualche ripido. Un unico punto mi ha costretto – in quanto fermata da pedoni che inconsapevolmente salivano per la pista di DH – ad inventarmi una chicken per bypassare un punto di quelli in cui se ti fermi e’ complesso ripartire .
Per il resto, fino al Bordin si fa, basta avere un buon controllo nel ripido, ripido che comunque non e’ mai persistente in maniera eccessiva e non impegna i freni piu’ di tanto.


Ripreso il sentiero Bordin ci aspetta un tranquillo e panoramico trasferimento fino al Soleil Boef, da dove inizia il divertente trail che un tempo faceva parte del “bikepark” di Sansicario ed era usufruibile tramite seggiovia. La diffusione delle ebike probabilmente ha avuto un input positivo, e qualcuno (che anticipatamente ringrazio se mai leggera’ questo post) si e’ preso la briga di ridare vita a questa linea, e di renderla percorribile. Certo, stiamo parlando di percorribile senza scendere dalla bici (qualche anno fa era interrotta in piu’ punti da alberi caduti), non di certo di riportarla agli antichi splendori. Ma basta gia’ a renderla apprezzabile e molto divertente , in teoria (ma non mi sono fidata) sono anche rese percorribili un paio di strutture northshore in legno, ma 10 anni alle intemperie forse sono un po’ troppi per considerarle sicure.

northshore sansicario


Video Trail Sansicario:

Per concludere, e’ venuto fuori un bel giro, con 1000 d- abbondanti e 11 km di discesa, gran parte di questa su singletrack o sulla linea DH. Anche il trasferimento mezzacosta sul sentiero Bordin ha sempre il suo perche’. Quello che invece non ha un perche’ e’ il disinteresse di chi ha “le chiavi delle seggiovie” nei confronti dell’usufrutto estivo di questo territorio, le cui potenzialita’ sarebbero immense, ci sono infinite linee di ogni livello adattabili o creabili ex novo, verrebbe fuori un comprensorio da fare invidia ai piu’ noti bikepark del nordest italico. Ma il nulla. Evidentemente chi s’accontenta gode, e vive di rendita sull’inverno, inverno che pero’ purtroppo non e’ eterno, e’ sempre piu’ imprevedibile considerato il cambiamento climatico. Forse dopo un inverno a secco (e non causa covid) qualcuno potrebbe iniziare a pensarci su ………

Il mio giro su Strava:

Back again in the valley

Mi scuso intanto per il “lungo” silenzio stampa che ha riguardato sia il blog che la rispettiva pagina facebook. Da una parte siamo in un periodo storico tutt’altro che semplice , ma fortunatamente abbiamo una marcia in piu’ rispetto ai “normali”. Noi non normali, o diversamente normali abbiamo la fortuna di amare l’aria aperta e i grandi spazi. L’ambiente naturale e il rispettivo accesso sono sacrosanti e intoccabili. Sopravviviamo benissimo anche senza strane certificazioni, ci basta il lume della ragione, ragione di cui proprio forse i “folli” come la sottoscritta sono piu’ dotati.

Ma lasciamo perdere questa breve intro, il discorso e’ troppo complesso e non andatto a queste pagine spensierate.

Sono tornata in Valle, Thok al seguito , pronti a ripercorrere i “soliti giri” che riservano sempre qualche sorpresa, e a scovare nuove varianti (di sentieri eh … ) e alternative.

san sicario trail

Dalla riscoperta del trail di Sansicario , al giro del Col Saurel fatto al contrario , ad alcune gradite sorprese in zona Rochemolles … e ne abbiamo ancora da esplorare fare e rifare.

thok sestriere



Godiamoci questi momenti , del doman non c’e’ certezza … Saro’ in Valle (zone Bardonecchia Oulx Cesana Sestriere) fino ai primi di Settembre, disponibile per giri vecchi e nuovi (scouting), i miei contatti sono nella rispettiva pagina.

Emtb: La Thok in Valsusa

La Thok in Valsusa

Back 2 the roots, a tutti gli effetti. Roots come radici: radici mie, radici della stessa thok (il suo “creatore”, Stefano Migliorini, e’ cresciuto qui a Bardonecchia) , radici presenti in abbondanza sui sentieri.

Come e’ andata la piccola bici a pile sui sentieri di “casa” ?

Bene direi, ma la sottoscritta deve lavorare ancora tanto su molti aspetti tecnici.

Con il mezzo c’e’ molto feeling e questo si e’ capito. E’ facile da condurre, il peso extra non si sente mai troppo. Nello scassato veloce, stile park “oldskool” , ovvero Sauze Style, si e’ ben difesa, ma la mia abilita’ di guida e’ ancora ben lontana dai tempi dei primi 10 su strava. Ricordiamo che quando ancora qualcuno credeva in questa Valle, sui trail di Sauze ci fu una superenduro: il trail su cui mi sono concentrata maggiormente e’ stato il karamell, che mixa una prima sezione guidata a tratti ripida con un divertentissimo tobgoga, tutto “naturale” su base di sentieri esistenti, con pochissimi interventi di contenimento.

La buona risposta del mezzo, con cui ho chiuso pure un passaggio su roccia mai chiuso prima sul trail delle grange Dalma (zona lago Nero – monti della Luna) mi ha convinto a provare qualcosa che non facevo da un po’, tornando, dopo 3 anni abbondanti allo spettacolare passo della Mulattiera, sopra Bardonecchia.

Qua, dopo una parte molto flow e panormaica, il sentiero diventa di fondo molto breccioloso. Ammetto che non me lo ricordavo e che ho sbagliato molte linee , ma le pietre che rotolano continuano ad essere, indipendentemente dal mezzo, il terreno che piu’ in assoluto mi spaventa e mi mette in serie difficolta’.

Ma le “prove tecniche” non si fermano qui. Il breve giro nella valle di Rochemolles presenta ben due trail tecnici: iniziamo dalla spettacolare discesa dalla diga, che dopo due facili tornanti si incattivice con fondo sassoso misto fisso/mobile che ricorda la Porcilaia (fortunatamente + breve) con pendenze mai estreme ma non indifferenti. Qua la bici direi che ha dato il meglio di se dimostrando di essere ben controllabile e guidabile anche in queste circostanze

A seguire, dopo una breve risalita fino alle granche Mouchequite , prendiamo il trail che dal mezzacosta Gran bea si ricollega al paese. Partenza molto flow con salti naturali (da imparare e ricordare) , a segurire sezioni piu’ scassate con tornanti a volte in contropendenza e un passaggio su roccia che in realta’ spaventa solo alla vista ma risulta semplice.

E pure questo lo abbiamo portato a casa ….

Gli ultimi giorni sono stati caratterizzati dal meteo molto incerto: si resta in basso (si fa x dire, range 1100 – 1400) e si torna sulle linee dell’Irontibi Challenge (il percorso creato la scorsa estate da Andrea Tiberi, local ex olimpionico xco) , affrontando il “temuto D2“. Il D2, che non ho volutamente documetnato, e’ il + tecnico dei trail dell’Irontibi. Dopo un prologo facile, inizia a presentare curve in contorpendenza su pendenze importanti , spesso esposte e passaggi ripidi e scavati. Posso dire di averlo chiuso quasi tutto, tranne due curve, ma con molta prudenza e cautela, non nascondo che se un passaggio e’ esposto la paura si triplica.

Concludiamo rilassandoci con il veloce e facile “superflow“, la linea piu’ scorrevole delle Irontibi :

Tirando le somme, la Thok a casa sua in discesa ha fatto il suo dovere. Forse e’ da valutare la sostituzione perlomeno del freno anteriore con un modello a 4 pistoni per poter avere una modularita‘ migliore sul ripido e ridurre il surriscaldamento in caso di discese molto lunghe. In salita invece, come c’era da aspettarsi non ha le performance che aveva la mondraker motorizzata bosch, sia x quel che riguarda l’autonomia che per la capacita’ di superamento ostacoli e mantenimento della traiettoria sullo scassato. La maggiore guidabilita’ in discesa in salita diventa “nervosismo” , il che richiede una tecnica molto avanzata per superare ostacoli tecnici (che io non ho). Ma la priorita’ resta per me scendere divertendomi, quindi promossa a pieni voti !

Splitboard: Chateau, Rey, e piste dismesse di Beaulard.

Dopo 5 giorni consecutivi di maltempo e nevicate, la Befana porta un po’ di sole. Il tempo stringe, e il rientro nel mio “mondo reale” e’ purtroppo sempre piu’ vicino, ma la neve e’ tanta e bisogna sfruttare assolutamente queste ultime ore quassu’. Destinazione dunque rifugio Rey e le vecchie piste di Beaulard, partenza da Chateau e rientro con recupero su Beaulard: in sintesi circa 700 d+ a fronte di ben 1000 d- .
Parto da Chateau attorno alle 9.30. Fa freddo quanto basta. E’ davvero tantissimo tempo che non faccio questo giro. L’ultima volta risale ad una vita fa, un periodo non ben quantificabile di tempo, ancora con ciaspole e la “croce” a spalle.
Se con le ciaspole la via + breve e’ quella del sentiero pedonale, con la split non e’ cosi’: si segue la linea degli skialper, quindi linea di salita e linea di discesa che in questo caso coincidono, passando per la vecchia pista e poi raccordandosi al rifugio Rey. Come sempre, i primi 40 minuti per me sono quelli piu’ faticosi, ci metto sempre un po’ a capire il mio passo e a stabilizzare la FC senza che schizzi a 170 al primo muretto. Il paesaggio e’ davvero fiabesco, con gli alberi imbiancati come non li vedevo da tanto tempo. La linea di salita e’ buona, ma la pista, come c’era da aspettarsi e’ gia’ mediamente tritata. Non mi scoraggio perche’ conosco bene il posto e so come funziona. E infatti arrivati al Rifugio Rey le tracce si dimezzano, facendomi gia’ immaginare dove mettero’ la firma.
(foto fino al Rey)

La traccia di risalita continua sempre buona, rispetto ad “una vita fa” la vegetazione si e’ ampiamente ripresa i suoi spazi, costringendo a tagli per il bosco aziche’ seguire beceramente quella che negli anni 80 era una pista. Il tracciato alterna pezzi piu’ ripidi ad altri dove molla, ma resta sempre fattibile in sicurezza senza traversi o curve impossibili. In due ore arrivo alla garitta della stazione di monte dello skilift (che non esiste assolutamente piu’) , quasi ai piedi dell’imponente Grand Hoche, mi fermo poco piu’ sopra e mi preparo a ricongiungere la splitboard e ad affrotare un pendio dalla neve perfetta.

Gia’ dalle prime curve la cosa e’ chiara: tanta, fredda, bella. Rimpiango un po’ il freeridone Dupraz, la split e’ un 154 e restera’ sempre e comunque un compromesso, e quando c’e’ “misura” tocca arretrare e caricare tanto il tail. Ma va bene uguale, e si continua a scendere alternando boschetti con a tratti qualche passaggio un po’ chiuso ad ampi pendii dove la pista e’ rimasta tale. In pochi minuti sono dinuovo al Rey, molto soddisfatta della prima parte di discesa.

Un breve raccordo che in snowboard richiede un tratto a piedi mi porta all’inizio della pista di rientro a Chateau. Qua c’e’ poco di buono rimasto, e tocca un po’ ravanare negli angolini per farsi ancora un po’ di spazio. La musica cambia dinuovo una volta in vista dell’abitato di Chateau: il bosco lascia spazio ad ampie praterie, dove c’e’ tutto lo spazio per esprimersi, a patto di trovare la linea che abbia una pendenza accettabile per prendere velocita’. Lasciato alle spalle Chateau non ci resta che il rientro su Beaulard, anche qua si ricava ancora qualche spazio tra i prati, per poi concludere su una classica strada di rientro innevata, strada che tra l’altro ho percorso anche in ebike, da seguire fino a valle dove un tempo partiva la seggiovia.

Una giornata da 10 e lode, l’attesa che le condizioni arrivassero e’ stata ricompensata. In una stagione strana come questa la split (o gli sci da skialp per chi e’ “bipede”)diventa lo strumento indispensabile per godere di tutte quelle sensazioni che solo la Montagna puo’ regalare.

Vi lascio al video della discesa fino al Rey + prati sopra Chateau.

Per la traccia (indicativa) vi metto il link al mio Strava:
https://www.strava.com/activities/4576110816

Un inverno senza sci/snow ?

O meglio … senza “risalite meccanizzate“, senza impianti di risalita …

Questa e’ la prospettiva che ci riserva l’ “era del covid”. Il problema non mi riguarda (fortunatamente) troppo da vicino, ma ripercorrendo la mia storia non oso immaginare quanto avrei dato di matto se una simile cosa fosse successa nei primi anni 2000 , quando lo snowboard era la mia vita, e quando ho inseguito in vano il sogno di farlo diventare un lavoro. Ora la montagna la guardo da un’altra prospettiva, e da felice splitboarder sono altre le cose che mi turbano. Gia’, perche’ come la chiusura delle palestre e l’impossibilita’ di praticare alcuni sport ha portato, complice il bonus bici, ad un aumento dei bikers sui sentieri, questa chiusura (o meglio non-apertura) rischia di portare all’avvicinamento al Backcoutry (sia esso snow-alp o ski-alp) soggetti che forse non si sono mai allontanati nemmeno dal bordo-pista, pur di fare “qualcosa” sulla neve.

Al momento, parlo esclusivamente per quel che riguarda la mia Valsusa e quello che e’ in grado di offrire. Per quel che concerne l’Appennino il discorso e’ molto + complicato, ma credo che viste le “forme di localismo” – perdonatemi il termine – ne giuste ne sbagliate che caratterizzano il contesto skialp del centro italia e il fatto che non esiste una vera “vocazione turistica invernale” in gran parte delle stazioni, il problema semplicemente non esistera’ o quasi. Torniamo quindi alla mia Valle. Qua abbiamo circa 5 (forse anche di piu’ , in base alla quota neve) itinerari skialp/snowalp easy seguibili con facilita’ anche senza gps se si conosce un minimo l’orografia della zona. A questo si aggiungerebbe la possibilita’ di salire lungo le piste chiuse se non sara’ interdetta.

cìt roc splìt
cima bosco

Ora, gia’ in circostanze normali, itinerari facili come Cima Bosco possono risultare molto frequentati nei weekend, con difficolta’ di parcheggio (la montagna non attrezzata ha spesso spazi ristretti) e altre conseguenze. Avventurarsi nel backcoutry , lontano dagli impianti di risalita, implica la conoscenza di alcune regole, e sopratutto delle procedure di autosoccorso in caso di slavina, bisogna essere in possesso di ARVA, PALA, SONDA e saperli usare (sarebbe preferibile aver frequentato un corso, anche molto basilare), bisogna conoscere la location (o affidarsi a local/guide) e sapere quando si puo’ andare e dove, e quando non si puo’. E questa e’ la ragione per cui io giro soltanto nella mia Valle. Ho girato una sola volta in Appennino grazie ad un amico skialper che mi ha fatto da guida, ma da sola non mi avventuro ad esplorare ambienti a me pressoche’ sconosciuti. Lo skialp/snowalp non e’ la mtb, dove alla peggio giri le ruote e torni indietro. La montagna non perdona, e l’errore di un singolo rischia di colpevolizzare tutta la categoria, con il conseguente proliferare di divieti spesso privi di fondamento.

Io credo che la soluzione sarebbe una riapertura con skipass a numero massimo, acquistabili solo online in prevendita, favorire le stazioni dotate prevalentemente di seggiovie in modo da distribuire in modo ottimale gli sciatori/snowboarders , e vietare l’apertura di bar e ristoranti sulle piste. Forse anche un limite orario, del tipo sciare meno ma sciare tutti, con doppio turno mattiniero/pomeridiano , potrebbe essere un compromesso per aprire in sicurezza accettabile da tutti. Resta da vedere se ai gestori conviene, in quanto spesso uno ski-resort non campa sugli skipass staccati, ma grazie all’indotto portato, fatto ahime’ da tutte quelle attivita’ che sono per forza di cose causa di assembramenti e che per molti clienti sono piu’ “importanti” dello sciare in se (in primis penso al business degli inglesi a Sauze d’Oulx, immaginare Sauze senza gli inglesi nei pub e’ qualcosa di altamente strano) .

La situazione e’ complessa. Sara’ un inverno alternativo, molto alternativo. Vorrei solo raccomandarmi a chi, con questo “pretesto” degli impianti chiusi volesse avvicinarsi al backcountry, di farlo con il giusto spirito, rispetto e cognizione di causa. #staylocal #ridelocal .

split

Tutti gli articoli sulla splitboard : http://whybenormal.net/tag/splitboard

eMTB: Valle Stretta – lago Thures – Nevache

Valle Stretta – Lago Thures – Nevache 2020

L’avere un ebike implica una nuova prospettiva e un nuovo approccio alla salita. Sopratutto se trattasi di salita tecnica, da farsi quasi totalmente a spinta in caso di bici senza motore.
La salita in questione e’ quella del giro della traversata Valle Stretta Nevache via colle di Thures, gia’ affrontata un paio d’anni fa con la Specy. Parliamo di una tratta da circa 450 d+
che si sviluppano in circa 3km, con una pendenza media del 13% e punte fino al 24%, tutta su singletrack non propriamente definibile “uphill flow”. Parliamo di un sentiero non eccessivamente stretto,
ma spesso tortuoso, cosparso di radici fisse e con stretti tornanti in salita. e sopratutto, super frequentato da pedoni.
Ovviamente l’obiettivo era di farne il piu’ possibile in sella. Impresa tutt’altro che semplice, non tanto per le pendenze, tutte a portata di ebike, ma per la relativa esposizione di alcuni tratti e la presenza, come anticipato, di ogni tipo di ostacoli fissi, che ancora non sono capace a superare. Aggiungiamoci il fatto di dover convivere con i pedoni, che non sono assolutamente abituati a vedere una biciclettona a motore che si inerpica per i sentieri, e che sono completamente incapaci di spostarsi in maniera sicura, sia per loro incolumita’ che per quella di chi sale in bici.
Sottolineo che l’itinerario in questione, al confine tra Italia e Francia, e’ inventariato VTT FFC (Federazione Francese Ciclistica) e ne e’ segnalato l’uso promiscuo.
In ogni caso, sono riuscita a pedalare gran parte dei traversi, salendo la tratta incriminata in 43 minuti, contro 1h15 di quel che ci si mette spingendo a piedi una bici muscolare.
Rimane un bel risparmio di tempo, di energia non saprei, in quanto i fuori soglia si sprecaano, sia nelle tratte pedalate che nel superamento in walk delle radici + grosse.

In cima pero’ lo spettacolo e’ sempre degno della salita, sia essa stata compiuta piu’ o meno in sella o a piedi.

lago thures

Il giro prosegue prima per l’ampia prateria per facile singletrack, fino ad imboccare la discesa che ci portera’ a Nevache sul versante Francese. Questa, da me soprannominata “Beethoven” per il fatto che la prima volta che la ho fatta ero inseguita dal maltempo, che rendeva ancora piu’ inquietante l’attacco del trail, e ben si sposava con le note della 5a sinfonia come sountrack.
Stavolta pero’ il meteo ci aiuta, il panorama e’ un po’ meno cupo, ma altrettanto spettacolare. La prima sezione esposta del “Beethoven Trail” e’ sempre da affrontare con cautela, e l’attenzione va mantenuta comunque alta per tutto il serpentone a tornanti discendente, sia per il fondo smosso e a tratti cosparso di pietre fisse e radici, sia per la possibile presenza pedonale in direzione opposta anche su questa linea. Resta sempre un bel trail, un enduro naturale che richede una discreta concentrazione e scelta delle linee.

Arrivati a Nevache, si risale per 2km di asfalto scorrevole fino al Colle della Scala. Scollinato verso l’Italia, al secondo tornante della discesa imbocchiamo un trail che 2 anni fa era ostruito da una frana. Stavolta e’ percorribile, anche qua con cautela: e’ un mezzacosta a tratti molto esposto, fortunatamente poco frequentato. Per sicurezza preferisco passare a piedi i punti piu’ critici. Superata la fase piu’ rocciosa e ricca di sfasciumi, un singletrack senza difficolta’ ci riporta alla strada di Valle Stretta.

Visto che abbiamo il motore, risaliamo ancora una volta gli ultimi 2 tornanti su asfalto per goderci il trail finale, sulla sinistra orografica della valle. Noto anche come “sentiero Lucianina”, questo singletrack presenta molti rilanci e saliscendi, molto divertenti con un ebike, abbinati a parti piu’ guidate con qualche stretto tornante e curve di diverso raggio, snodandosi tra i pini e lasciando intravedere qualche scorcio panoramico sul fondovalle.
Un ottima conclusione per uno dei giri “natural enduro” secondo me piu’ interessanti dell’alta Valsusa, sia per elettrici che non.

(video)

Per concludere, un grande classico che l’ebike rende percorribile in tempi molto ragionevoli, ma che, spingismo a parte vale la pena fare anche con una bella full da trail/enduro.
1000 d+ abbondanti e 26 km, da non perdere se si passa da questa valle.

Relive e traccia:


(traccia)
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EMTB: Lago Desertes

Lago Desertes

Il giro del Lago Desertes era un altro giro che avevo individuato da un po’, purtroppo rimandato piu’ di una volta causa notizie di frane che ostruivano il percorso. Nei giorni scorsi pero’ noto su un gruppo relativo alla Valsusa un post di un biker che ha effettuato il giro. Chiedo lumi e mi viene confermata la ciclabilita’ della tratta e l’assenza di frane …

Vediamo pero’ in concreto come sono andate le cose.

La prima parte del giro e’ in comune all’ormai noto percorso dei Tornantini di Millaures, ma stavolta anziche’ scendere proseguiamo nella conca, salendo ancora un pelo, e trovandoci davanti ad una prima, spettacolare discesa di 4 traversi con rispettivi tornantini, mai ripida ma su fondo breccioloso e un pelo esposta. Il panorama e’ spettacolare, circondati ovunque da cime appuntite dall’aspetto quasi dolomitico.

desert guglie

Attraversata una piccola frana, si capisce chiaramente dov’e’ il nostro punto d’arrivo: il lago Desertes si trova al di sopra di una specie di collinotto, ma per arrivarci tocca risalire di circa 100d+. Il sentiero resta pedalabile per poco, e alcuni stretti tornanti in salita in contropendenza mi obbligano a scendere e a fare qualche tratto in walk … tratti in walk che diventano sempre piu’ impegnativi, incontrando prima un passaggio gradonato su radici, e poi una canalina che piu’ che una canalina pare una trincea. E qua le cose diventano molto complesse: io e l’ebike assieme nella voragine non ci stiamo. O ci sta lei o ci sto io. L’unico sistema e’, con molta fatica, spingerla dal sellino (senza poter contare sull’assistenza ovviamente) e/o tirarla dal manubrio girandoci attorno. Cosi’ un po’ spingendo, un po’ tirando, un po’ usando il walk stando a cavalcioni delle trincea e avanzando in ginocchio, riesco, molto faticosamente ad uscirne.
Ancora un po’ di walk e ci siamo. Un gruppo di mucche mi accoglie al lago Desertes, che piu’ che un lago e’ una pozza, o meglio una vasca da bagno per vacche, e finalmente prendo fiato e mi guardo in giro. Il posto, lago insignificante a parte, e’ pazzesco, vette appuntite di ogni forma mi circondano, e poco piu’ avanti troneggia imponente l’onnipresente Chaberthon.

Lasciato alle spalle il “lago presunto tale“, inizio la discesa: un classico flow trail naturale che attraversa le praterie, senza niente di difficile e un paesaggio maestoso a fare da sfondo.
Avvistati i primi alberi, il sentiero si perde, e non e’ facile ritrovarlo senza l’uso del GPS. Bisogna seguire letteralmente la traccia, piegando a destra e attraversando una zona un po’ rovinata dal passaggio delle mucche, per poi ritrovare il sentiero che brevemente conduce ad una fontana. Da qua si prosegue su facile classico singletrack alpino , con fondo variabile da compatto a ex mulattiera un po’ piu’ sassosa, qualche tornante ma sempre indicativamente flow senza niente di complicato, fino a sbucare nella strada dello Chaberton.

(video)

Si scende fino alla localita’ Pra Claud, caratterizzata da alcune casette recentemente ristrutturate, e da qui ci si immette sul primo singletrack di rientro, il Colletto Rosso, facente parte della “Irontibi Challenge” (l’anello creato dall’olimpionico di mtb Andrea Tiberi local di Oulx per un evento virtuale).

Il trail del Colletto Rosso e’ uno stretto mezzacosta con qualche saliscendi, esposto e panoramico ma mai difficile, che ci conduce velocemente all’omonima frazione. Anche qua troviamo un’antica grangia ben restaurata. Proseguendo, il trail sempre con qualche saliscendi tipicamente XC, stavolta nel bosco e senza punti esposti, ci conduce all’abitato di Desertes. Continuiamo a seguire le frecce rosse per un’ultima tratta che risale un po’ per poi, con una bella discesa flow che prevede anche qualche passaggio roccioso, terminare la nostra corsa alla borgata di Soubras, poco sotto Vazon. Un’ultimo tratto su sterrata larga carrabile compatta ci riporta alla macchina, in localita’ PierreMenaud da cui ho iniziato il giro.

In totale, 1100 d+ su 26 km, giro di ampio respiro adatto all’elettrica eccezion fatta per la “canalona”, probabilmente se si e’ gia’ in due si gestisce meglio il passaggio delle bici in quella trincea.
Molto divertenti i tracciati “xc” dell’irontibi, belli con l’elettrica ma sicuramente impegnativi con una full da am/enduro non motorizzata, mentre credo che, se dotati di buona tecnica il giro sia ben apprezzabile anche con un frontino. Volendo si puo’ allungare partendo da Oulx o da Beaulard, aggiungendo ancora o la discesa diretta su Oulx (o quella via Villaretto), oppure, risalendo a Vazon, proseguire con altri due segmenti della Irontibi, il mezzacosta Chateaux Vazon e il divertentissimo e veloce Bealard Superflow. In questo modo il dislivello dovrebbe diventare sui 1500.

Relive

Traccia gps gpx

https://it.wikiloc.com/percorsi-bici-elettrica/lago-desertes-elettrico-54845191

E-MTB: Malamot

EMTB : Malamot

Forte Malamot, 2914 mt slm, zona Moncenisio. Anche questo percorso era in lista da un po’, rinviato di continuo in quanto trovare condizioni meteo idonee per salire a sfiorare i 3000 richiede un po’ di fortuna. Destino vuole che la giornata di Ferragosto sia quella dal meteo piu’ propizio, e allora andiamo ad affrontare questo giretto: con l’elettrica la salita non presenta alcuna difficolta’, e in poco piu’ di 1 ora e mezza si arriva in cima partendo dalla sponda ovest del lago guadagnando 900 d+. La salita e’ piacevole, mai troppo pendente, se ne fa buona parte in eco e la ritengo in gran parte pedalabile anche senza un mezzo elettrificato, l’unica difficolta’ puo’ essere dovuta all’altitudine. In zona Moncenisio avevamo gia’ visistato un paio d’anni fa il Col Sollieres, sul versante Francese. Anche qua il paesaggio e’ quello quasi extraterrestre di questa zona, e piu’ si sale piu’ lo spettacolo si fa interessante, spaziando dalla panoramica sul lago al ghiacciaio del Giusalet.

Per arrivare in cima le uniche difficolta’ sono dovute a qualche pezzo particolarmente sassoso, non insuperabile dall’ebike, ma preferibile almeno per me l’uso del walk, onde evitare inutili danni al mezzo causa pietre mobili. Ed e’ in uno di questi passaggi che incrocio un ebiker con una Levo, che malgrado la rottura di un raggio prosegue il giro fino al forte. Oltre ai sassi, l’altra sorpresa e’ data da un nevaio sull’ultimo traverso. Anche qua il passaggio della bici non e’ stato dei piu’ intuitivi, e le five-ten si che grippano sui pedali, ma sulla neve diventano assolutamente scivolose e prive di ogni supporto.

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neve

In qualche modo comunque si passa, e si raggiunge il forte, risalente a fine 800. Da qua , oltre alla classica e onnipresente vista sul lago, ci si puo’ sporgere dal versante opposto e ammirare dall’altro il Lac Blanc e altri laghetti, a valle di quel che resta del ghiacciaio del Giusalet. Tra le rocce a picco verso i laghetti, riesco anche a scorgere e fotografare uno stambecco

A quasi 3000 metri fa freschino, quindi decido di invertire la rotta e iniziare a cercare la linea di discesa. E qua inizia il bello ….

Ripercorsi un paio di tornanti a ritroso, si lascia la strada principale, iniziando con una parte in freeride in direzione di un traliccio elettrico e poi di una cresta. Si percorre quel che resta di una strada, per poi attraversare una successione di divertentissimi rockgarden inframezzati da zone piu’ pratose, puntando ad un sentiero di cresta. Questa sezione e’ divertente e spettacolare, sembra di fare freeride sulla Luna o su di un’altro pianeta, e ci si puo’ divertire spaziando nella scelta della linea che si reputa piu’ divertente, fino a raggiungere il sentiero di cresta, dal cui attacco la vista sul lago non lascia indifferenti, ma inizia a destare qualche piccola preoccupazione.

cresta

Video della prima parte “freeride” della discesa

La traccia e’ chiara: tocca fare il sentiero di cresta. Ritrovo il biker con la Levo incontrato lungo la salita. Il sentiero di cresta, a tratti esposto su ambo i lati, e’ quasi completamente ciclabile eccezion fatta per un paio di passaggi letteralmente da “brivido”, dove occorre far passare la biciclettona a mano con la dovuta attenzione. Le parti scorrevoli pero’ sono semplici, e l’adrenalina di questi passaggi e’ unica, ma richiede la dovuta cautela. Arrivati all’apice della cresta la parete si apre un po’ a triangolo, e inizia la discesa a picco sul forte Pattecruse. La prima sezione e’ ripida e scassata, e ben presto la paura prende il sopravvento, anche perche’ gli spazi sono ancora angusti e la pendenza non indifferente. Affronto quindi una tratta a piedi, per poi rifare un pezzo in sella, fino a ritrovarmi in un traverso ripido e parzialmente esposto, pressoche’ impossibile da passare in sella per un comune mortale.
Superato quest’ultimo ostacolo, il sentiero torna guidabile anche se sempre ripido e scassato, su fondo irregolare e smosso, fino a tornare “umano” e , con due ultimi tornanti raggiungere il forte.

Video Cresta e Discesa:

Da qua ci si puo’ reputare sani e salvi, e con una semplice ma panoramica strada militare si riscende fino al punto di partenza ad altezza lago.

Concludendo: salita semplice, tranquilla, fattibile secondo me senza eccessivo sforzo anche senza ebike. Discesa da dividere in due, o meglio in tre. Prima parte, fino al sentiero di cresta, puro freeride super divertente, poi sentiero di cresta richiede attenzione e cautela nei passaggi esposti che, almeno per me, sono risultati spaventosi anche a mano. Discesa probabilmente da reinterpretare, nella prima sezione se anziche’ seguire il sentiero che e’ molto scavato si tenta una linea alternativa forse si sta anche di piu’ in sella, ma il traverso “diversamente scorrevole” e’ inevitabile. Passato quello pero’ , abbiamo un ultima sezione impegnativa ma divertente, a patto di avere un mezzo idoneo (full con una buona escursione). Il rientro poi per la militare e’ un po’ lunghetto, ma il giro vale.
Sconsigliato ai deboli di cuore e a chi soffre di vertigini. Panorami super e tanta adrenalina, raggiungibili con una salita relativamente tranquilla
.

Ringrazio il biker con la Levo che ho avuto la fortuna di incontrare per avermi atteso lungo le parti piu’ esposte 😉

Relive

Traccia (da usare a proprio rischio e pericolo !!!):

https://it.wikiloc.com/percorsi-bici-elettrica/malamot-emtb-54796838

eMTB Valsusa: Lac Lavoir

Lac Lavoir Valle Sretta

Il disporre di un ebike consente un approccio diverso all’uso della bicicletta in montagna. La salita non e’ piu’ semplicemente il noioso mezzo per raggiungere la discesa, ma diventa anch’essa una sfida tecnica e fa parte del gioco. Ma non solo, le grandi doti arrampicatrici di questa Mondraker permettono di avventurarsi su percorsi normalmente preclusi alle bici, a meno di non essere amanti dello spingismo piu’ o meno fine a se stesso. Entrando in quest’ottica e’ possibile, anche senza impegnare un intera giornata, raggiungere posti spettacolari in quota pedalando su trail genericamente usufruibili soltanto a piedi. E’ il caso ad esempio del Lac Lavoir, bellissimo laghetto a quota 2300 circa raggiungibile dal fondovalle della Valle stretta (piano delle fonderie).
Arrivare al fondovalle con l’elettrica e’ poco piu’ che una passeggiatina. In mezz’ora si arriva da Pian del Colle al rifugio 3o alpini (tutto in eco) e con altri 15 minuti fino al piano della Fonderia (un breve tratto in tour, non per la pendenza ma per il brecciolato). Da qua inizia la salita vera.

Impostiamo l’assistenza su emtb, la modalita’ presente sui motori bosch che permette l’adeguamento del lavoro del motore in base alla pedalata, e ci apprestiamo a salire per una sterrata a tratti mediamente scassata fino alla Maison des Chamois, ultimo presidio umano inerpicato sulla partete nord del fondovalle. Lasciate le costruzioni, la strada si stringe diventando sentiero, e attacca subito una bella rampa fortunatamente dal buon fondo, che spiana nei pressi di un punto panoramico ben segnato da una croce.

Da qua si entra in un ampia conca, e le conifere gia’ ormai rade lasciano posto ad ampie praterie. Si prosegue seguendo il torrente e alternando tratti pianeggianti a qualche rampa, mai lunga ma dal fondo sempre breccioloso: in due occasioni sono stata costretta al potentissimo walk mode, anche per la presenza di molti escurisonisti a piedi. Conviene guardarsi in giro e cercare linee alternative, magari sull’ereba quando possibile piuttosto che seguire palesemente il trail, se ne guadagna in pedalabilita’. E infatti, a pochi metri dal lago notando che il sentiero diventa sempre piu’ scassato anche se non ripido, decido di arrampicarmi su una collinetta in mezzo ai prati, per poi ritrovarmi a cospetto del lago, poco piu’ in alto.

Sempre in freeride scendo fino in riva allo specchio d’acqua … qualche minuto di pausa per le foto di rito e per ammirare il paesaggio, e poi si inverte la rotta.

lavoir 1

lavoir 2
me lavoir

Il primo pezzo di discesa segue, eccezion fatta per qualche variante freeride, la linea di salita. Poi da poco sopra la maison du Chamois, prendo una variante piu’ stretta e tecnica, dove le skill di schiacciasassi del bicione vengono ben evidenziate. Occorre prestare molta attenzione ai pedoni, ricordiamoci che hanno la precedenza e di comportarci in modo corretto. Riprendiamo ancora per qualche metro lo stradotto largo, per poi pero’ lasciarlo in favore di un trail molto naturale gia’ sperimentato lo scorso anno con la specy.
Ritornati al piano delle Fonderie, la discesa e’ la classica flow della Valle Stretta, forse un pelo piu’ sporca che in passato ma ancor piu’ apprezzabile con il bicione schiacciasassi.

Dopo 19.5 km (di cui 9.5 di discesa) e quasi 800 d+ ritroviamo il qubo, con grande soddisfazione per il comportamento del mezzo motorizzato.

Per concludere: l’ebike apre nuovi confini, nuove prospettive e offre una liberta’ di azione che con un mezzo privo di motore e’ impensabile. Porta con se un grande spirito freeride, e incentiva la voglia di esplorare e vivere la montagna in liberta’. Ma a tutto questo c’e’ un ma. I bikers, e sopratutto gli elettrici, sono un po’ gli ultimi arrivati sui trail a “bollino cai”. Ieri ero da sola, ma un gruppo anche solo di 5/6 elettrici avrebbe avuto non facile convivenza con i pedoni. Sarebbe opportuno, in mancanza di una regolamentazione specifica, cercare giri sempre ad anello, evitare i doppi sensi su sentieri stretti e prediligere, perlomeno in salita, linee non frequentate da pedoni, e moderare la velocita’ in discesa. Solo comportandoci in maniera corretta potremo evitare la comparsa di divieti nei nostri confronti.

Video Log

Il futuro e’ elettrico

Chi mi segue sa che la cosa era nell’aria da un po’. Malgrado i rulli, la buona forma fisica post lockdown , sono bastati un paio di giri lunghi per darmi la batosta finale e per farmi prendere la sofferta decisione: prendere una bici elettrica. Un fallimento o un nuovo inizio ? Sara’ solo il tempo a dirlo. Al momento vi presento la nuova schiacciasassi motorizzata, una Mondraker e-crafty alimentata da un motore Bosch, batteria da 500 Wh, forka fox 36 e ammo RockShox SuperDeluxe. Un mostro caratterizzato dalla forward Geometry, che dovrebbe permettere una guida sempre centrale senza eccessivi spostamenti di peso avanti o indietro a seconda della pendenza.

ebike

Sono in Valsusa da un paio di giorni e sto iniziando a testare il nuovo mezzo. L’idea e’ quella di rendere possibile l’impossibile, affrontando giri con salite fuori luogo, improponibili con le proprie gambe per una pippa intergalattica come la sottoscritta e affrontabili solo a spingismo. Vedremo cosa riusciremo a fare. Per il momento sto testando l’autonomia e la funzionalita’ in discesa. Vediamo come e’ andato questo nuovo, elettrico, inizio.

Il primo giorno sono uscita direttamente da casa, percorrendo un giretto da 750 d+ abbastanza impegnativi. Dopo una breve salita su asfalto, abbiamo esplorato un trail che avrei voluto percorrere in discesa in senso opposto: il mezzo motorizzato sale senza particolari problemi, usando l’assistenza “automatica” della modalita’ emtb la centralina riesce a ben erogare la potenza necessaria a superare rampe improbabili. Purtroppo un paio di tronchi caduti mi fanno desistere dal proseguire. Invertita la rotta, proseguo il trail a ritroso. In discesa tocca prenderci le misure: il peso si sente tutto e ogni manovra necessita il giusto anticipo. A seguire, un trail “misto” con un rilancio abbastanza ripido … e in tail condizioni e’ inutile dire che il motore fa la differenza. L’ultima sezione e’ piuttosto scassata, con pietre fisse e mobili a rendere il tutto piu’ complesso. Ci va un po’ di coraggio e di fiducia, ma una volta impostata una linea il bicione va giu’, schiacciando ogni cosa incontri sulla traiettoria.
Direi non male come primo approccio ai sentieri alpini … tacche consumate 1 … I presupposti sono interessanti.

Per confermare quanto “assaggiato” oggi ho deciso di aumentare i D+, scegliendo un giro che mi portasse fuori dal caldo e dalle zone piu’ frequentate. La scelta e’ caduta su Cima Bosco, meta nota sopratutto nella stagione invernale, ma che gia’ avevo visitato con la specy in modalita’ esitiva.
Oggi per risparmiare asfalto saliamo da una scorciatoia interna … ripida per le mie gambe, non per il motore Bosch del bicione. Superate le rampe, riposiziono l’assistenza su eco e continuo senza fretta a salire nel bosco. Giusto alcuni punti piu’ aperti mi permettono di ammirare il maestoso paesaggio dominato dal Monte Furgon, che e’ un po’ la costante di questo giro.
A pochi metri dalla vetta mi attende un ultimo strappo … che sfiora il 30% di pendenza. Con un po’ di timore metto l’assistenza su emtb e il rapporto + agile. Inizio a girare i pedali … e il mostro sale senza problema alcuno, e raggiungo in sella la cappelletta di Cima Bosco.

Tempo di fare qualche foto e di cambiare assetto, e incontro due altri bikers non motorizzati che non conoscono la discesa e mi chiedono di accompagnarli lungo il sentiero
Inizia quindi lo spettacolare flow trail naturale, #nientedidifficile, sentiero pulito e curve a raggio medio ampio, l’ideale per iniziare a prendere fiducia con lo schiacciasassi..

C’e’ da approfondire ancora e da lavorare, non si impara a guidare uno schiacciasassi in un giorno.
Ci saranno nuove sfide e un nuovo approccio alla montagna, e sopratutto al dislivello positivo 😉

ilfuturo e’elettrico

#staytuned

relive cima bosko